Eccovi uno stralcio della mia Venuta del Dio Ignoto. Esso corrisponde al sesto capitolo del romanzo, e potrete leggerne l’anteprima dei primi cinque capitoli nel mio sito antonio-benedetti.com  Come già potete verificare da questo antipasto, nel quale, per qualche ragione a me oscura, non compaiono i due caratteri della Lineare B,  le promesse del sontuoso pasticcio, composto di rari ingredienti, quali l’originalità di una trama misteriosa, la raffinatezza della scrittura e il ricco corredo di note della civiltà greca, funzionali alla migliore comprensione della narrazione, sono tutte mantenute nel modo più coinvolgente.
Quando vi sarete deliziati con il pasticcio intero, che gli stessi dei dell’Olimpo preferiscono alla loro ambrosia, accompagnandolo con il nettare di vostra preferenza (io, che sono veronese, vi suggerisco l’Amarone di Valpolicella, ma anche il Barolo e il Brunello andranno benissimo), alla vostra e mia salute, gridate la sua prelibatezza alla rosa di tutti i venti di Facebook e avrete la mia sempiterna gratitudine. Forse è superfluo ricordarvi che il romanzo è acquistabile sia in e-book che in cartaceo su Amazon e in e-book su tutte le principali piattaforme.

                                                       VI

Quando partecipò al funerale di Palóclitos, all’uscita dalla chiesa Angelópoulos fu trattenuto dal suo figlio maggiore – poco più che ventenne, miope e longilineo, dai modi forse un po’ compassati per la sua età, già professore in pectore sulle orme del padre. “Poco prima di essere ricoverato mio padre, che si sentiva in debito con lei, ci aveva pregati di consegnarle questo. Voleva addirittura inserirlo tra le sue disposizioni testamentarie, per assicurarsi che glielo avremmo consegnato.”

Ringraziando, Angelópoulos mormorò che lui non aveva fatto niente per suo padre: ne era convinto, e ancor più di essere immeritevole di quella sincera riconoscenza che il giovane gli manifestava anche con l’espressione, accompagnando una frase che nemmeno per lui era di circostanza. Senza dubbio per bocca del figlio parlava sua madre, e forse anche la gratitudine che Palóclitos aveva nutrito nei confronti del suo amico e che aveva comunicato alla donna prima della sua morte.

Appena a casa – un lussuoso appartamento sul lungomare, frutto dei cospicui guadagni di sua moglie: fin troppo lussuoso per lui, che non aveva mai vagheggiato una dimora così inaccessibile al suo reddito di professore –, Angelópoulos si affrettò ad aprire nel suo studio la piccola scatola che il giovane gli aveva consegnata. Dopo avere pazientemente smerigliato il bronzo di quel disco, egli si vide un volto inciso da un reticolo di bricioli, tra i quali il triangolo violaceo sulla fronte spiccava in un solitario rilievo.

Una qualche pratica che aveva di reperti archeologici gli avrebbe fatto scommettere che quello specchio non era una più o meno astuta contraffazione. Com’era possibile che fosse stato ritenuto privo di qualsiasi valore e lasciato come un insignificante souvenir nelle mani del povero Palóclitos, che per qualche ignota ragione non aveva più voluto separarsene?

Sul retro, celato da una coriacea patina sanguigna, a poco a poco comparivano dei fievoli segni; una lente spessa infine distinse, senza più margini di dubbio, il primo e l’ultimo in verticale.I segni intermedi, con molta probabilità tre, il tempo li aveva limati. Angelópoulos non aveva dubbi che quelli fossero caratteri della Lineare B, che l’entusiasmo giovanile una ventina d’anni prima l’aveva stimolato ad approfondire, anche se era incredibile un termine di quella lingua in verticale.

Un quaderno di appunti, che conservava con cura in uno scaffale della biblioteca, confermò che quelli erano due sillabogrammi, di cui esso gli consentì un’agevole traslitterazione: il primo corrispondeva alla sillaba di, il secondo alla jo. L’uno era quasi certamente l’iniziale del proprietario dello specchio, l’altro un genitivo che gliene rivendicava l’appartenenza. La dispettosa ch non aveva voluto rivelare ai posteri la sua identità…

La scatola conteneva anche una cartolina, con un’indicazione a matita di Palóclitos, purtroppo approssimativa, del luogo degli scavi, nei dintorni di Lámata, un piccolo villaggio sulla costa sud di Kríti, e un cerchio in cui era inscritto un nome, Ángelos, che ne costituiva il diametro verticale. Doveva trattarsi di un collaboratore, probabilmente del luogo, di Palóclitos negli scavi; un nome prezioso…

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