In qualche post ho cercato di approfondire il problema dello stile nella narrativa, evidenziando come esso abbia costituito un’ossessione al limite della nevrosi per Gustave Flaubert. Il grande scrittore francese sosteneva che qualunque concetto si voglia esprimere, esiste una sola parola in grado di renderlo in modo adeguato.

L’assunto di chi, come lui, dichiara che in letteratura lo stile è tutto è indubbiamente coerente, ma non sempre la coerenza è nel vero. Flaubert inseguiva la perfezione, macerandosi alla ricerca della parola giusta per raggiungerla,  e dobbiamo guardare con molto rispetto al suo travaglio.

Il rispetto, però, non può costringere a censurare la libertà di dissentire. Io, diversamente da lui, non credo che la perfezione esista. Ma come, obietterete, non sono perfetti, per esempio, molti sonetti del Petrarca? Sembra difficile negarlo, ma siamo proprio certi che lui avesse raggiunto la perfezione assoluta? Un poeta più grande di lui non avrebbe potuto trovare una parola migliore nell’ambito di una frase?

Adesso voglio consentirmi, se rinviate di poco la grandine dei vostri strali, un sacrilegio letterario, profanando la poesia di cui lo scorso anno è stato, quanto mai doverosamente, celebrato il bicentenario: voglio correggere una parola dell’Infinito leopardiano.

E come il vento
odo stormir tra queste piante, 

Sono i versi 8-9, in cui il poeta ricorre all’enjambement, come più volte nella lirica, che utilizza nella parte centrale anche allitterazioni e assonanze. Nel verso nove di questa lirica, alla quale ognuno si accosta con una commozione religiosa, io propongo di sostituire la parola “piante” con “fronde”.

Per quanto mi sforzi, io non riesco ad avvertire alcuna differenza. L’età, forse, mi ha indebolito l’udito e il mio sguardo è sempre stato miope, lo riconosco senza esitare. Mi rivolgo dunque a voi, che avete udito e sguardo perfetti, pregandovi cortesemente di spiegarmi come la parola “fronde”, al posto di “piante”, costituisca una stecca che sfregia l’armonia del verso.

Se per caso questa dimostrazione vi riuscisse troppo ardua, consentiamoci il dubbio (consentiamocelo pure, perché nulla deve mai essere dato per scontato e il dubbio è uno dei sinonimi più fecondi dell’intelligenza) che in nessuna creazione artistica la perfezione assoluta può esistere, perché non siamo dei. Questo comporta un’altra considerazione: non esiste la parola giusta in assoluto, ma solo la parola che sembra migliore all’artista quando licenzia la sua opera.

Anche l’orecchio dei poeti più grandi, però, talvolta può ingannarsi e ingannarli. La parola giusta è quella che non riusciamo a migliorare, e per fortuna arriva il momento in cui anche l’artista più severo con se stesso decide di abbandonare la ricerca, perché è meglio scrivere più opere non prive di imperfezioni che una sola opera che sarebbe comunque perfettibile.

Sperando di avervi offerto qualche spunto non spregevole per la comprensione della creazione artistica, vi propongo dunque questo interrogativo: la parola giusta è la parola insostituibile? Io credo che questa identificazione sia errata, anche se in questo errore possono essere incorsi grandi uomini di lettere. Infine, intendete trafiggermi come San Sebastiano o siete disposti a concedere il vostro perdono letterario al mio sacrilegio?

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