Igino Ugo (il secondo nome fu ispirato dalla sua ammirazione per il Foscolo) Tarchetti si può considerare una sorta di archetipo dello scrittore scapigliato. L’alta statura, gli occhi azzurri, il volto ovale ne facevano un bell’uomo. Temperamento passionale, scatenava forti passioni nei cuori femminili.

Di famiglia benestante, fu spesso afflitto da problemi economici. Cercò di guadagnarsi da vivere, o almeno di sopravvivere, collaborando con alcuni quotidiani e periodici. Fu il fraterno amico Salvatore Farina a soccorrerlo nelle sue condizioni di indigenza.

Ebbe l’infelice idea di arruolarsi nell’esercito e, com’era prevedibile, la sua natura insofferente della disciplina gli provocò delle punizioni. Del periodo militare certamente ricordò con rimpianto solo l’anno della relazione con una giovane, il cui padre arrivò a minacciarlo con una pistola. L’epistolario che ci è pervenuto della loro vicenda sentimentale è prezioso per ricostruire  non solo la biografia dello scrittore, ma anche la sua personalità letteraria.

Non è frequente il caso di un ufficiale di carriera antimilitarista. Una volta congedato, Tarchetti pubblicò un romanzo, Una nobile follia, piuttosto mediocre, in cui, in modo antitetico agli idealistici bozzetti poi raccolti nella Vita militare di Edmondo De Amicis, il suo spirito anarchico attaccò duramente non solo l’organizzazione militare, ma anche l’autorità di qualsiasi istituzione.

Libero dalle costrizioni della vita militare, dedito a una frenetica attività letteraria, in compagnia degli amici scapigliati, che condividevano la sua vita disordinata ed eccentrica, frequentatore del prestigioso salotto della contessa Maffei, conobbe a Milano i suoi anni migliori.

Qui una febbre tifoidea lo stroncò, non ancora trentenne, nella casa di Farina, assistito dalla madre e dall’amico. La malattia beffò la tisi, la malattia frequente dei ribelli e poveri (più o meno per libera scelta) scapigliati, che lo tormentava, costringendolo a frequenti spostamenti, e che non gli avrebbe certo consentito una lunga vita.

Nella sua varia e dispersiva attività, poetica, narrativa e saggistica, il tema che desta ancora il nostro interesse, documento più di una sensibilità diffusa tra gli scapigliati che di raggiunti traguardi artistici, è quello relativo al macabro. Tarchetti avvertiva una vera e propria attrazione per la morte, forse anche per la consapevolezza che essa era una spada di dàmocle sul suo capo.

Un  esempio di questo gusto del macabro è costituito dalla lirica M’avea dato convegno al cimitero, nella quale una giovane che aveva amato il poeta, morta da molti anni, gli chiede se vuole giacere accanto a lei nella tomba. Ancora più caratteristica, forse (entrambe raccolte nel postumo Disjecta), è Memento, che era apparsa per la prima volta nel 1967 nel quotidiano Il Gazzettino, con il quale Tarchetti collaborava.

Se nei lettori del tempo Memento poteva forse suscitare un certo raccapriccio, a noi, molto più smaliziati, provoca piuttosto un sorriso. Eccovela.

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.
Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.
E nell’orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporgere le fredda ossa di un morto.

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