Sia che si consideri Vittorio Imbriani un esponente della Scapigliatura tout court, sia che lo si ritenga solo vicino a tale corrente, egli non può essere in alcun modo ignorato nell’ambito della letteratura italiana del secondo Ottocento. Il napoletano fu un uomo che non si risparmiò mai, tanto nella vita piuttosto breve quanto nella scrittura.

Accompagnò in esilio il padre, che il governo borbonico condannò a morte in contumacia, a Genova e a Torino, fu volontario garibaldino nella terza guerra d’indipendenza e patì la prigionia. A Zurigo ascoltò e annotò diligentemente le lezioni di Francesco De Sanctis, del quale divenne non solo discepolo, ma anche amico. Soggiornò a Parigi e a Berlino, dove la frequentazione degli hegeliani orientò la sua ideologia politica in senso conservatore e nazionalista. Dalla città tedesca Imbriani dovette fuggire, dopo essere stato ferito in un duello per difendere il suo onore di italiano, e ritornò a Napoli, dove, tra non poche difficoltà, partecipò alla vita culturale con un’intensa attività giornalistica e riuscì a ottenere una libera docenza all’università.

Personalità spinosa, amante della polemica, per quanto afflitto a lungo da problemi economici, egli non si piegò mai a compromessi, rivendicando orgogliosamente, nell’esercizio delle lettere e nell’attività amministrativa (fu sindaco e consigliere provinciale a Pomigliano d’Arco), il suo disinteresse per il perseguimento di fini e vantaggi personali. Nemmeno la grave malattia che lo condusse alla morte nel 1886, a soli quarantacinque anni, riuscì a domarlo: continuò stoicamente fino all’ultimo, persino da infermo, la sua strenua attività pubblicistica.

Studioso del Berchet, al quale dedicò un saggio, Imbriani dimostrò la vastità dei suoi interessi con la pubblicazione dei Canti popolari delle provincie meridionali, una delle prime opere di letteratura comparata apparse nel nostro paese. Amico di pittori, con uno scritto in forma di lettere inviate a uno di loro, il siciliano Saro Cucinotta, contribuì alla elaborazione della teoria della “macchia”.

Imbriani fu anche poeta: pubblicò da giovane i Versi, ai quali dieci anni dopo seguirono gli Esercizi di prosodia, il cui sperimentalismo metrico intendeva contrastare la corrività musicale di tanta poesia del suo tempo. Studioso di Dante (chi di noi sapeva che è l’autore dell’epiteto di “petrose” attribuito alle sue Rime?), ne affrontò l’opera secondo un’originale ottica di ricostruzione biografica, con un rigore che prefigurava l’obiettivo scientifico realizzato dalla critica nel secolo successivo.

A Imbriani dobbiamo anche la scoperta di Giovan Battista Basile, grazie allo studio critico che dedicò al grande scrittore napoletano del Seicento. Sensibile inoltre ai problemi non solo di carattere linguistico, ma anche di didattica della letteratura, collaborò a una Nuova crestomazia italiana in più volumi. Lo accompagnò infine, fino alla soglia della morte, una passione per la personalità e l’opera di Giordano Bruno: dopo aver lavorato ai suoi Opera latine conscripta, egli avviò anche la pubblicazione del suo capolavoro teatrale, il Candelaio.

Non sorprende molto che una personalità bizzarra come Imbriani abbia disseminato la sua ideologia politica reazionaria (non solo contraria, ovviamente, alla democrazia, ma anche favorevole alla pena di morte) nelle sue narrazioni, vivacissime per creatività linguistica. Del suo probabile capolavoro, Dio ne scampi dagli Orsenigo, vi parlerò prossimamente.

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