Il genere fantastico non è mai stato molto visitato dalla nostra narrativa. In tutto il Novecento i narratori che ci si sono dedicati si contano sulle dita di una mano. Quando scrittori di altra natura hanno compiuto in esso qualche incursione, non hanno dato il meglio di sé. Landolfi, autore aristocratico e sofisticato, a questo genere è sempre stato fedele, ma è soprattutto un novelliere e i suoi romanzi non sono capolavori.

Chi nel genere del romanzo fantastico ci ha donato le prove più alte è stata Anna Maria Ortese, una “zittella”, per dirla con Landolfi, autodidatta e solitaria, perseguitata tutta la vita dai lutti familiari, l’indigenza e le malattie, che è sempre stata emarginata dalla società letteraria e che non ha mai goduto di grande notorietà.

Elsa Morante, quasi sua coetanea, pure vincitrice di uno Strega e ugualmente sensibile alla condizione degli umiliati e offesi dalla vita, ha sempre goduto di un successo commerciale che lei conobbe solo negli ultimi anni di vita, grazie alla pubblicazione del Cardillo addolorato presso la benemerita Adelphi.

La critica, infine, ha riconosciuto la statura di una scrittrice tra le più grandi, anzi di un autore tra i più grandi del Novecento. La potenza visionaria della Ortese, che ci ha offerto, però, anche opere ascrivibili alla temperie neorealistica, si dispiega superbamente nel capolavoro della sua vecchiaia, il Cardillo, ma si era già affermata nel suo primo, non lungo, romanzo, L’Iguana.

Un aristocratico milanese, in viaggio per svago e per affari, chiamato familiarmente il Daddo, approda in un’isola dall’immaginario nome di Orcaña, dove incontra l’Iguana, una strana creatura dall’aspetto di una lucertola gigante, vestita da donna, servetta, o piuttosto sguattera, di una famiglia di tre uomini.

Tutto nell’isola è degradato, a cominciare dalla casa tenebrosa dove questi vivono. Don Ilario, il più giovane di loro, ha in comune con Daddo, speculatore più che altro per compiacere alla madre, la nobiltà del sentire, che manifesta anche nel patetico desiderio di un riconoscimento del suo modesto talento poetico.

Nel corso della narrazione I personaggi possono trasformarsi nel loro contrario, manifestando un’ambiguità che la scrittrice, la quale non ama approfondire la psicologia, lascia intravedere senza mai cancellarla. Anche don Ilario si rivela un sordido opportunista, che ha ridotto l’Iguana alla sua condizione attuale solo per impalmare la figlia un po’ insipida di due ricchi americani.

Daddo è l’unico personaggio positivo, che vorrebbe condurre con sé a Milano l’Iguana, per la quale prova un sentimento quanto meno di affetto. Anche lei, però, potrebbe essere un’incarnazione del male, come dubita il protagonista quando scopre che era stata legata a Ilario da un sentimento di cui non viene chiarita la natura.

Il sacrificio finale di Daddo mantiene tutto il suo valore, anche se potrebbe essere un atto non intenzionale della sua mente ottenebrata. La conclusione del romanzo, infatti, non è negativa: Daddo viene rimpianto sia da un maturo Ilario accasato a Caracas, sia dai suoi due fratellastri, ora gestori nell’isola, con una servetta (la probabile ex Iguana divenuta donna), di un piccolo hotel, i quali dedicano all’aristocratico milanese poesie di affetto e di compassione.

Il tema del rapporto tra gli esseri cosiddetti civili e superiori e quelli inferiori sarà approfondito in altre opere della Ortese, ma già in questo romanzo raggiunge vette di poetica intensità, anche in virtù di uno stile complesso e ricercato, che non rifugge nemmeno da parodistici arcaismi.

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