Perdonatemi se di uno scrittore come Flaubert c’è sempre qualcuno che ha argomentato la nostra considerazione prima di noi. Non intendo qui soffermarmi sulla sua concezione dell’impersonalità dello stile, ma confrontarmi con voi sulle sue conseguenze.

Proviamo ad applicarla a un romanzo come I Promessi Sposi. In esso Manzoni interviene spesso con i suoi commenti su due piani: come autore dell’anonimo manoscritto e come suo rifacitore. La scomparsa di questi commenti  nelle mani di Flaubert, ridurrebbe, credo, le dimensioni del romanzo di quasi un terzo.

In verità, Flaubert non applica in modo rigorosissimo il suo stesso metodo. Talvolta indulge a qualche considerazione, e il suo ruolo di osservatore esterno dei personaggi non esclude sempre gli interventi propri del narratore onnisciente. Comunque, che lo si voglia considerare il caposcuola, o solo il precursore, del naturalismo, il seme era stato gettato.

Il paternalismo con cui Manzoni guarda ai suoi personaggi deve ora, e definitivamente, farsi da parte di fronte alla presa di distanze di Flaubert dai propri. Chi si attardava, in terra francese, ad assecondare gli stilemi del Romanticismo, come l’Ugo dei Miserabili, poteva ottenere un successo eccezionale di pubblico, ma combatteva un’inconsapevole battaglia di retroguardia.

Naturalmente in Europa non sono mancate importantissime eccezioni. Tolstoj non ha mai abdicato allo statuto dello scrittore onnisciente, di cui i suoi primi due romanzi lunghi offrono l’esempio artisticamente più elevato, non solo nella storia della letteratura del suo paese. Dal punto di vista narratologico, il Realismo raggiunge con lui un vertice che ne costituisce anche il canto del cigno.

 

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