Vorrei proporvi in lettura, in due post successivi, questo mio racconto bontempelliano. La definizione non è mia, ma di Giorgio Bàrberi Squarotti, che lo lesse in anteprima e lo apprezzò. Non la considero un complimento lusinghiero, perché non ho mai ritenuto, assieme alla maggioranza della critica, Bontempelli uno dei grandi del Novecento italiano. Se comunque non ravvisaste nulla di bontempelliano in questo racconto, non potrete contestarlo al compianto illustre critico, se invece il racconto non vi persuadesse, offrirò, novello san Sebastiano, il mio petto nudo ai vostri legittimi strali.

 Due anime in una scacchiera

   Non aveva mai dimenticato l’emozione di quel giorno, anche se era trascorso molto tempo, quando per la prima volta si era schierato inquieto tra la possanza della torre e l’alterigia dell’alfiere, e aveva fronteggiato i nemici su quei lucidi quadrati alabastrini dalle fioche venature. Ricordava lo sconcerto dei compagni per il suo movimento bizzarro, e lo scroscio mentale che aveva applaudito l’abbattimento prezioso di una torre avversaria.

Tutto aveva avuto inizio con una mano invisibile che l’aveva sollevato da una scatola e posto accanto agli altri, ancora abbagliato dalla deflagrazione della luce. Più tardi lui aveva avuto agio di osservare le mani avverse, che muovevano la loro schiera all’attacco: affusolate, agili, ma anche capaci di indugi estenuanti. A lungo si chiese com’erano le mani che lo spostavano flemmatiche, finché non riuscì a posare lo sguardo su due dita che sollevavano il cavallo suo compagno: corte, tozze, con dei folti peli neri che soffocavano le unghie.

Quelle mani però sapevano condurre l’attacco, e finivano sempre col vincere. Una stizza della sua avversaria – lui non aveva alcun dubbio che si trattasse di una donna – una volta aveva spazzato via tutta la scacchiera: lui allora comprese quanto fosse doloroso vedersi abbattere uno a uno tutti i propri alleati e arroccarsi in una difesa patetica, dove il re non poteva resistere a lungo all’aggressione implacata della schiera opposta. Lui non poté non chiedersi perché quella dea, dalle dita nervose e le unghie velate di un rosa non meno delicato, insisteva a combattere. Altre dita negli anni si erano avvicendate, di varia indole, e lui aveva imparato a riconoscerle a prima vista, ma erano tutte passeggere.

Gli avversari lui avrebbe potuto, forse anche dovuto, odiarli, in particolare quelle torri che più di una volta l’avevano catturato, invece avvertiva una vaga solidarietà con loro, condannati al suo stesso destino: compiere dei movimenti obbligati su un percorso imposto, sostenere un duello con un sosia di colore verde o con i sosia dei suoi compagni, e finire, anche in caso di vittoria, addossati in una buia promiscuità esigua, dove le sue narici lambivano il retro di qualche pedone.

Da giovane quei movimenti era stato felice di compierli: era stato fiero di sé stesso, di essere l’unico che ignorava l’ostacolo di chiunque, sorvolando la sua testa, e aveva partecipato della gioia collettiva, quando stringevano sempre più da vicino il re avversario, fino ad assestargli lo scacco vittorioso.

Con i suoi compagni i rapporti erano vari. Amava l’umiltà silenziosa dei pedoni, che adempivano il proprio dovere senza mai lamentarsi della misera considerazione che gli altri avevano di loro. Li aveva sottovalutati anche lui per qualche tempo, considerandoli solo dei simpatici agnellini, che traevano la loro forza e il loro coraggio dalla loro compattezza, avanzando per primi per aprirsi un varco tra i ranghi serrati dei loro simili; ma aveva scoperto la loro accorta insidiosità, una volta che era stato abbattuto proprio da uno di loro. Come lui erano i soli che attaccavano gli altri senza essere attaccati subito da loro. Aveva sempre avuto un’ottima intesa con loro, che gliene erano riconoscenti, e condivideva il loro sgomento, quando la loro fila veniva decimata.

Con le torri vigeva un reciproco rispetto. Di rado con loro si poteva comunicare: non erano altezzose come si poteva credere, e non menavano un vanto della loro potenza monolitica, ma erano sempre di fretta, e dissimulavano agevolmente dalla propria sommità l’ansia di non corrispondere alle aspettative riposte in loro. Alle torri lui non aveva mai lesinato i riconoscimenti, e loro si schermivano con compostezza.

Con gli alfieri, invece, il rapporto non era mai stato buono. Ostentavano con tutti un silenzio sprezzante, perché erano gli unici umani al fianco del re e della regina, di cui si consideravano la guardia del corpo. Avevano ben poco di cui inorgoglirsi, con quel ridicolo copricapo e quel movimento sghembo, come se un torcicollo non avesse consentito loro di guardare innanzi a sé.

Divenivano importanti solo quando lui aveva svolto il compito più impegnativo, quello di diradare gli avversari nel folto della mischia. Lui riconosceva la sollecitudine e l’attaccamento degli alfieri al re, ma quando vedeva che uno dei due veniva catturato, era tentato di salutarne l’uscita di scena con un muto nitrito. La ragione, però, gli ricordava, tempestiva, che non si doveva mai applaudire la cattura di un compagno, che lottava assieme a tutti per conseguire la vittoria.

Con il re e la regina i rapporti erano sempre stati buoni. Della regina, devota al reale consorte, e ardita, qualche volta persino incauta, nelle incursioni contro i suoi avversari, lui aveva sempre invidiato la rapidità e la libertà dei movimenti. Una volta si era chiesto perché mai dovesse essere una donna la più potente della schiera, e non fosse invece il ruggito del re, e non comprendeva la ragione di quella legge arcana che non si poteva trasgredire, perché gli dei per primi la rispettavano. Il re era molto prudente, persino pavido, e prodigava i suoi sorrisi a quanti accorrevano a proteggerlo da una situazione critica.

Nei confronti del suo dio lui provava sentimenti contraddittori. S’inchinava al cospetto della sua abilità tattica e della lungimiranza della sua strategia: quando l’aveva criticato, perché certe mosse gli erano sembrate inconcludenti o sbagliate, aveva in seguito dovuto ricredersi, perché  anche l’oscurità di un affondo rivelava infine la luce di una mente sovrumana, che non comunicava i suoi piani ai sudditi smarriti.

Era proprio questo che lui rimproverava al suo dio: la sua lontananza olimpica da loro. Non mostrava mai il suo volto, e non aveva mai una parola cordiale per nessuno. Lui non riusciva nemmeno a immaginare che cosa pensasse di loro, o che cosa provasse nei loro confronti, anche se aveva imparato presto a riconoscere i sentimenti dei suoi polpastrelli – di solito risoluti, talora perplessi, talaltra persino apprensivi.

Lui sospirava il tepore di una carezza sulla criniera, invece si ritrovava infine in un buio che confondeva i compagni con gli avversari. Il suo dio lo intimidiva, e insieme lo inorgogliva: anche le mani più abili, quasi sempre maschili, che lui aveva imparato a riconoscere quasi subito, anche quando non avevano un segno particolare, come quella cicatrice biancastra che ne caratterizzava una, uscivano dal campo prostrate.

Da qualche tempo soffriva la febbricola di una subdola mestizia. Non fu una folgorazione che lo percosse nel mezzo di una battaglia, ma una bruma rada che lo soffuse, alla quale non badò. Quell’uggia, però, diveniva sempre più intensa, gli avvelenava, con un sapore di cenere, anche i momenti più ardui del combattimento, quando le sorti vacillavano.

Quanto rimpiangeva il lungo periodo in cui aveva scalpitato con i suoi compagni prima dello scontro! Allora ogni combattimento era il primo, ogni giorno era il fervore di un attesa, e lui era beatamente pago della sua esistenza.

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