Un giorno scrissi a Giorgio Bárberi Squarotti per chiedergli se a suo avviso Grazia Deledda non era una scrittrice sottovalutata dalla critica, e lui mi rispose affermativamente, aggiungendo che era letta con più interesse all’estero che in Italia, soprattutto nel Regno Unito, dov’era studiata con entusiasmo a livello accademico.

Difficile capire le ragioni della difficoltà della nostra critica a riconoscere la sua statura. Le si è rimproverata l’incertezza di una scrittura insofferente a ogni soggezione veristica e sensibile piuttosto a qualche suggestione del decadentismo. Le viene dunque ascritta a colpa la riluttanza a lasciarsi incasellare in un preciso movimento, mentre è piuttosto un segnale della sua grandezza.

Le critiche non distolsero mai la scrittrice dal proseguire la sua strada, perseguita con una probità artigianale squisitamente femminile, che le consentì di produrre un elevato numero di romanzi. Come in tutti gli autori molto prolifici, il valore della sua narrativa è diseguale, ma chi potrebbe negare la vitalità artistica di opere come La madre, Canne al vento, Elias Portolu?

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