Giovanni Achille Cagna, nato a Vercelli nel 1847, è uno dei pochi scrittori contigui alla Scapigliatura di famiglia non borghese. Suo padre era un falegname che riusciva appena a mantenere la famiglia e Achille, espulso da una scuola tecnica, dovette imparare il suo mestiere. Non fu però un vero e proprio autodidatta, perché trovo il suo mentore nel professor Giovacchino De Agostini, al quale il padre lo aveva raccomandato. Successivamente segretario nell’azienda di uno zio, il giovane mosse i primi passi nel mondo della letteratura, affrontando vari generi.

Scrisse farse e atti unici per il teatro, nei quali alternò l’elemento sentimentale a quello comico, dimostrando agilità di azione  e vivacità nei dialoghi. Pubblicò due raccolte di versi, Povera cetra! e Serenate, alle quali ne sarebbe seguita un’altra in età ormai avanzata, Valsesia, improntate a un facile e discorsivo sentimentalismo. A questa vena patetica e sentimentale Cagna si mantenne fedele anche nelle prime prove di genere narrativo, che privilegiavano la novella.

Costituì un’autentica svolta nella sua vita letteraria la partecipazione al circolo di Saluggia, animato da Giovanni Faldella. Questi, col quale Cagna si legò di un’amicizia intima e duratura, ebbe il merito di sollecitarlo ad approfondire i moduli espressivi nell’elaborazione dei suoi scritti narrativi, attraverso la ricerca di un linguaggio  e di uno stile idonei a rappresentarli. E’ da questo momento che si può a giusta ragione considerare Cagna un esponente non di secondo piano della Scapigliatura piemontese.

Ciò non significa che egli abbia sposato la lezione di Faldella, il cui radicalismo linguistico era estraneo alla sua natura. Mentre il suo amico era determinato nell’esplorazione delle risorse del linguaggio, ricorrendo anche ai latinismi e ai linguaggi tecnici, Cagna riteneva che il vernacolo fosse lo strumento più adeguato a conferire la necessaria icasticità alla narrazione delle sue storie di provincia.

Il periodo più felice di Cagna appartiene agli anni ottanta, durante i quali pubblicò gli umoristici Provinciali (quella umoristica fu sempre la corda più autentica del suo talento, purtroppo spesso insidiata dallo sdrucciolamento nel bozzetto macchiettistico), profondamente revisionati e riediti nel 1903, e Alpinisti ciabattoni.

Approdato alla stabilità economica grazie all’insegnamento e impegnato anche nelle funzioni di consigliere comunale e di membro della commissione scolastica, Cagna non abbandonò mai la letteratura. La sua stagione artisticamente più persuasiva, però, era tramontata: la sua narrativa regrediva a una struttura di carattere tradizionale, con incursioni che rivelavano un’apertura al verismo, il quale con I vicerè  di Federico De Roberto coronava superbamente una produzione di statura europea.

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