Il Codice civile napoleonico era per Stendhal il modello dello stile letterario, perché in ogni suo articolo tutte le parole erano necessarie a definire il concetto, senza nessuna sbavatura. Quando gli rimproveravano il suo stile, di cui non comprendevano la naturalezza, invitandolo a sottoporre la sua Certosa a un labor limae, lo scrittore rispondeva senza esitare: “No, perché la storia è finita”.

Aveva ragione, perché nessuno, a quasi due secoli di distanza, avverte la necessità di una revisione formale di quello che è forse il romanzo più affascinante della letteratura europea. Rimane invece il rimpianto delle trecento pagine, delle quali purtroppo non è rimasta traccia, che l’autore dovette sacrificare all’imposizione di un ottuso editore spaventato dalla mole del libro.

In vita Stendhal riscosse il plauso di un lettore d’eccezione, Balzac, il quale, dopo aver apprezzato Il rosso e il nero, dedicò in una rivista un’entusiastica recensione alla Certosa di Parma. Una delle differenze più importanti tra i due grandi scrittori è l’assenza quasi totale della descrizione degli ambienti in Stendhal, al quale interessano solo l’analisi psicologica e la narrazione dei fatti. Balzac invece spesso premette all’entrata in scena dei personaggi una descrizione minuziosa dell’ambiente in cui vivono, che per lui era fondamentale per comprendere la loro personalità.

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