Nell’altro grande romanzo di Stendhal, la Certosa di Parma, ambientato nel piccolo ducato ottocentesco, la tensione di classe è allentata, perché il protagonista, Fabrizio del Dongo, pur figlio illegittimo, partecipa in qualche misura della classe dirigente, e la sua affermazione sociale è agevolata dalla protezione costante della zia Sanseverina, l’amante del potente primo ministro Mosca.

Fabrizio può apparire un giovane senza qualità, debole, sognatore, passivo di fronte agli avvenimenti e strumento nelle mani sollecite di persone molto più esperte di lui della vita. È la prima incarnazione letteraria di quell’inetto che sarà il protagonista dell’Educazione sentimentale di Flaubert e ricorrente nella letteratura italiana, da Svevo a Moravia?

Assolutamente no. Fabrizio è tutt’altro che un apatico: prima il desiderio di gloria, poi l’amore rivelano quanta determinazione è capace di manifestare questo giovane bello e sensibile. Come il suo autore, di cui è una trasposizione autobiografica, Fabrizio per tutto il romanzo è alla “caccia della felicità” – solo agli scrittori eletti è consentito immaginare un’espressione così geniale.

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