Questo era l’uomo Stevenson, un invincibile ottimista che non combatteva mai in difesa le disavventure della sua esistenza, affrontandole anzi con la leggerezza minimizzante dell’umorismo, come dimostra anche il resoconto della vita da lui condotta in California, malato e senza un soldo. Partito per soccorrere Funny, quando la raggiunse, ormai ristabilita, era quasi in fin di vita, ma per fortuna riuscì ancora una volta a guarire. Pochi mesi dopo, poiché la donna aveva ottenuto il divorzio, poterono congiungersi in matrimonio.

Questa coppia della frontiera trascorse una singolare luna di miele in montagna, in un villaggio di minatori abbandonato, in compagnia del figlio di lei. Suo padre infine l’aveva perdonato, inviandogli un prezioso sostegno economico, e quando Robert tornò in Scozia con la moglie, Funny con i suoi modi gioviali fu subito accettata dai suoi genitori. Purtroppo l’inclemenza del clima non consentì alla coppia un lungo soggiorno.

In Scozia, quasi per un gioco col figliastro Lloyd, che amava teneramente e con il quale ritornava bambino (non gli era difficile, perché il suo entusiasmo per la vita aveva qualcosa di fanciullesco), Stevenson ideò il romanzo di avventure più famoso della letteratura occidentale, L’isola del tesoro. Un romanzo di avventure, certo, capace di accendere la fantasia di ogni bambino, ma anche, agli occhi di un adulto, un romanzo di formazione. Stevenson realizzava un’operazione eccezionale nella storia della letteratura: avvincere l’immaginario infantile e suscitare il plauso non solo dei lettori di varia età e formazione, ma anche della critica più severa.

Infatti, non solo in letteratura, ma anche in tutte le espressioni artistiche, niente è più difficile che essere gradito da tutti i palati, e Stevenson lo fu anche nel resto della sua produzione. Forse più di ogni altra opera letteraria L’isola del tesoro ha conosciuto una traduzione in diverse forme espressive, perfino in opera lirica. Pubblicato in volume nel 1883, riscosse un successo unanime. Finalmente lo scrittore usciva dall’indigenza economica e poteva permettersi soggiorni dispendiosi.

Assieme all’Isola del tesoro, l’opera più notevole di quel fertile periodo creativo è il breve romanzo Lo strano caso del dottor Jekill e mister Hyde, scritto in meno di una settimana nel dicembre 1885, che incrementò ulteriormente la fama dello scrittore. Fu ispirato da un incubo sofferto dallo scrittore, che ne riportò un’impressione così intensa da riportarlo nel corpo dell’opera. E’ una splendida narrazione del mistero, nella quale l’arte dell’autore, lungi dallo smarrirsi nei luoghi comuni del genere, esalta il nitore classico della sua prosa, perfettamente in armonia con la linda quotidianità di un ambiente borghese vittoriano.

La grande intuizione di Stevenson è stata quella di smascherare l’ipocrisia di questo ambiente, attraverso lo sdoppiamento di un rappresentante di quella categoria che ricava universale rispetto e ammirazione  perseguendo il benessere fisico e psichico dei propri pazienti. Se Hyde è il male allo stato puro, e la sua immagine laida turba in un modo tangibile e a un tempo indefinibile, Jekyll non è affatto il bene, come ha voluto un’interpretazione superficialmente e frettolosamente manichea. Il medico invece è l’esponente quasi esemplare di una società farisaica, che occulta dietro una parvenza irreprensibile il mostro che nel suo profondo freme e bruisce per sfuggire al buio in cui è represso.

Un altro affascinante risultato, pubblicato tre anni dopo, è Il signore di Ballantrae, che parte della critica considera il capolavoro di Stevenson, ma che per qualche motivo di non facile comprensione non ha mai goduto di ampia popolarità.

Gli amanti della letteratura possono scoprire uno scrittore agguerrito anche sotto il profilo teorico, grazie al suo intenso carteggio con il grande scrittore americano Henry James. Nel loro confronto, di estremo interesse, sull’arte del romanzo, ognuno chiarì, forse anche a se stesso, le ragioni della propria narrativa.  (continua)

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