James, lo scrittore forse più astratto della letteratura occidentale, provava una grande ammirazione per Stevenson, che invece, mentre sosteneva una concezione dell’opera d’arte come definita, equilibrata, razionale, musicale, stentava a comprendere la logica intellettualistica che sovrintendeva al modo impalpabile di rappresentare la vita del collega americano.

Questa magnifica stagione narrativa purtroppo fu funestata da un grave lutto, la morte del padre, al quale lo scrittore dedicò un libretto, Thomas Stevenson, ingegnere civile. Ancora ripresero i viaggi con la sua famiglia, alla quale si era aggiunta la madre. Durante una crociera nel Pacifico del sud Stevenson, che avrebbe potuto considerare la predicazione dei missionari agli indigeni una forma di colonizzazione culturale, volle trascorrere una settimana a Honolulu in una colonia di lebbrosi, dove ravvisò nel suo fondatore, padre Damien de Veuster, che aveva contratto la stessa malattia che era dedito a curare, l’incarnazione del più autentico ideale evangelico. Come aveva sempre fatto con gli avvenimenti salienti della sua vita, lo immortalò in seguito in un libretto, attribuendogli antifrasticamente il nome del suo personaggio più bieco: Padre Damien: lettera aperta al reverendo dottor Hyde di Honolulu.

E’ noto che lo scrittore scelse di abitare a Upolu, la principale isola delle Samoa, dove si costruì una villa, che chiamò Vailima (“i cinque fiumi”).Quegli ultimi anni della sua vita, allietati da un clima favorevole, hanno donato alla letteratura alcuni splendidi racconti, un saggio sulla cultura e la società delle isole del Pacifico e, soprattutto, Weir di Hermiston, un romanzo che, pur nella sua incompiutezza, la critica considera il vertice della sua narrativa. Il 3 dicembre 1894 Stevenson, infatti, mentre conversava con i famigliari sulla veranda della sua villa, fu colto da un’emorragia cerebrale, lasciando a metà una frase del romanzo, una possente rappresentazione di vita scozzese, di cui ci sono rimasti i primi nove capitoli.

A parte il rammarico di non essere riuscito a concluderlo, lo scrittore avrebbe accolto con un amabile sorriso quella morte, che non lo aveva visitato mentre giaceva sotto le coperte di un letto, sofferente della sua eterna malattia, ma lo aveva aggredito mentre si trovava con gli stivali ai piedi, come aveva sempre desiderato. Egli si era sempre impegnato con passione a difendere gli indigeni dalla rapacità dei colonizzatori europei, riuscendo con i suoi scritti a provocare la revoca dei funzionari più odiati dalla popolazione. La gratitudine degli indigeni di Samoa si era spinta a costruire a Tusitala (“narratore di storie”), come lo avevano soprannominato, una strada per consentirgli di raggiungere agevolmente la sua Vailima. Come alla sua villa, Stevenson attribuì un nome immaginoso anche a quella strada: La via dei cuori affezionati.

Egli aveva espresso più volte il desiderio di essere sepolto sulla cima del Monte Vaea, il più alto dell’isola, privo di ogni percorso lungo i suoi ripidi fianchi coperti da una fitta vegetazione. Ebbene, il giorno dopo la sua morte tutti gli indigeni validi, vestiti del loro abito a lutto, scavarono a colpi di piccone un sentiero fino sulla cima, per rispettare la volontà del loro grande benefattore. Mentre trasportavano il suo feretro a spalla, Stevenson, il quale in una lettera aveva scritto che tutta la storia della sua vita era per lui più bella di qualsiasi poema, avrà certo pensato commosso che anche la storia del suo funerale era più bella di qualsiasi poema.

Sotto il cielo ampio e stellato
Scava la tomba e lasciami giacere
Felice ho vissuto e felicemente muoio
E mi sono sdraiato con una volontà
Questo sia il verso che incidi per me
Qui egli giace dove desiderava essere
A casa è il marinaio, a casa dal mare
E il cacciatore a casa dalla collina

Questi versi, che lui aveva composto per il suo epitaffio, furono incisi sul monumento funebre che gli fu eretto e tradotti in un canto di dolore samoano.

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