Sono molto lieto di riportare qui sotto la recensione, acuta e articolata, del mio romanzo La Venuta del Dio Ignoto, della quale sono debitore alla squisita cortesia di Alberto Raffaelli, amministratore di Segnalazioni letterarie, a cui esprimo la più viva gratitudine.

La Venuta del Dio Ignoto è la nuova edizione, leggermente ritoccata, del romanzo intitolato in prima istanza Epifáneia (uscito per l’editore Manni nel 2006) del veronese Antonio Benedetti (antonio-benedetti.com), già docente di Lettere alla scuola superiore nonché collaboratore dell’emittente televisiva TeleArena e del quotidiano “L’Arena”.
Il libro ha ricevuto una valutazione epistolare entusiasta da un critico quale Giorgio Bárberi Squarotti, che apprezzava come esso riuscisse ad “armonizzare mito e ironia, storia e attualità, filologia ed evocazione dionisiaca con straordinaria sapienza di parola e con efficace animazione di personaggi”.
Opinione sottoscrivibile, a cui occorre aggiungere il pregio di un’originalità derivante dalla mistura di dettagliata conoscenza della classicità greca (di cui dà prova – non senza ironia – anche il non esiguo apparato di “Note” che occupa la parte finale del volume) e atmosfera a tratti da thriller o quasi.
La storia di Angelópoulos, professore universitario che prosegue a Creta le ricerche del collega archeologo Palóclitos in un contesto che all’arretratezza sociale accosta – secondo certo topos di quello che si potrebbe definire “esotico di prossimità” – un quid di mistero e indecifrabilità, si dipana tra riferimenti colti e colpi di scena, nei quali un ruolo non secondario sembrano rivestire un paio di oggetti-feticcio riemersi dall’antichità.
Il tono esoterico che Benedetti sottende abilmente all’azione, con citazioni e rimandi che solleticheranno specialmente i lettori memori dei loro studi liceali e universitari, inquadra l’alternanza di momenti di quotidianità – nella quale pure il tocco d’investigazione e sottile suspense non latita: emblematico il personaggio di Ángelos, la cui funzione, fin dal significato del nome, di “messaggero” e forse intermediario tra varie realtà è più che sospetta – e visioni in cui invece si condensa il significato più enigmatico ma al tempo stesso profondo e avvincente del racconto.
Il continuo rinvio (quasi sempre inevitabile nelle vicende ambientate nella Grecia contemporanea) tra l’oggi assai modesto di una Creta poco cartolinesca e precedente l’arrivo del turismo massivo (la vicenda si svolge nei primi anni Settanta) e l’antichità, agevola il progressivo insinuarsi di quest’ultima nel presente dei personaggi: come un retaggio possente e fatale, col proprio fastoso corredo di miti e storie, l’illustre passato riporta alla luce verità e usanze rimaste indicibili nelle consuetudini della modernità, nelle quali l’istinto e una fisicità per molti versi non decifrabili riprendono la loro preponderanza rispetto alla “logica” che governa la nostra civiltà.
Alberto Raffaelli
(albertoraf2@gmail.com)

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