Qualche osservazione su Edgar Allan Poe

Sorprende la diversa considerazione di cui gode Poe nei paesi di lingua inglese e in quelli di lingua latina. Da quando Baudelaire tradusse i suoi racconti col titolo di “Storie straordinarie”, la sua fama non ha mai conosciuto declino. In qualche misura essa è dovuta al fascino della sua personalità maledetta, in preda ad angosciose ossessioni, che condusse una vita travagliata da lutti familiari, dall’indigenza e dall’abuso dell’alcool. Ma per comprendere la sua reale statura letteraria, dobbiamo affidarci ai critici anglofoni e agli anglisti.

Si dimentica spesso che Poe è anche un poeta, oltre che un novelliere – al romanziere quasi non conviene accennare, perché il suo unico romanzo è nel complesso mediocre. L’opera che gli assicurò in vita la maggiore notorietà è certamente “Il corvo”. Se gli stranieri riescono ad ammirare il poema di Dante in traduzione, noi non dovremmo avere problemi ad apprezzare il poemetto di Poe. Invece la sua lettura ci lascia molto tiepidi, come davanti a un’opera irrimediabilmente datata. Delle altre sue poesie, quelle che la critica considera notevoli non superano le dita di una mano.

I racconti di Poe, soprattutto da noi, gli hanno assicurato la fama, dilatata dal cinema, che li ha saccheggiati, con traduzioni che di solito ricordano molto pallidamente gli originali. Se si paragona la sua produzione a quella di novellieri europei, molto più prolifici, che con lui hanno condiviso la brevità della vita, come Maupassant e Cecov, il suo valore ne esce decisamente ridimensionato. I racconti di cui neanche il critico più avverso può disconoscere la riuscita, infatti, non sono più di una quindicina.

Anche i critici meno severi, comunque, arricciano il naso di fronte allo stile di Poe. Esso migliora nella traduzione, e ciò significa che il suo autore appartiene al numero, più esteso di quanto non si creda, degli scrittori che scrivono male. Questo non basta, di per sé, a negargli il riconoscimento di grande scrittore, come dimostra il nostro Svevo.

Il primo, e involontario, responsabile di un Poe prosatore rilevante è stato ancora Baudelaire, che era invece anche un grande stilista, e che, come assicura Mario Praz, tradusse i suoi racconti con una maestria superiore all’originale.

Poe tuttavia rimane uno scrittore importante, non solo per i risultati, pur  numericamente limitati, raggiunti come poeta e ancor più come novelliere. E’ stato infatti un creatore o un anticipatore di generi letterari, come la fantascienza e, soprattutto, il giallo, con “I delitti della Via Morgue” e altri due racconti.

In essi compare, nei panni del francese Auguste Dupin, il personaggio del detective dilettante, che risolve i casi criminali con la sua acuta capacità di osservazione e le rigorose induzioni e deduzioni della sua intelligenza analitica. L’inglese Conan Doyle, scortesemente, non ha voluto riconoscere il debito contratto con Dupin dal suo Sherlock Holmes, destinato a divenire il più celebre detective della storia del giallo.

Infine, Poe merita considerazione anche come saggista. Nel suo Principio poetico egli esordisce con l’affermazione che la poesia non può non essere breve. Lo si potrebbe definire un crociano ante litteram, anche se non gli si può certo chiedere di argomentare la sua asserzione con il rigore di un filosofo.

Poe un antesignano della “poesia pura”? Probabilmente no, e sembra che riconoscerlo come tale, a un’attenta lettura integrale del suo saggio, sia il frutto di un malinteso. Ma la storia della letteratura è storia anche di equivoci, e alla lezione di Poe si richiameranno quelle tendenze letterarie che dai simbolisti francesi arriveranno fino agli alfieri della poetica del “frammento” in terra italiana.

 

Share This