Non ho certo la presunzione di compiere una valutazione esauriente di Gianfranco Contini, ma desidero qui solo esprimere qualche opinione personale sui vari aspetti della sua attività di studioso.

Del filologo è presto detto: è inferiore solo a Dio. Del prosatore nessuno può negare la grandezza. La sua è una prosa che si avvale di un lessico prestigioso, nella quale appaiono manifesti i sedimenti di una grande tradizione umanistica. Tuttavia non ha nulla di inamidato, perché sorprende con improvvisi guizzi di agilità e di estrosità.

Contini appartiene a quella categoria di scrittori in cui un’aristocratica, ma non programmatica oscurità, si propone come una conquista da realizzare alla comprensione del lettore, al quale distilla le gemme di un’insondabile densità concettuale.

Sul critico invece ho qualche riserva. Indubbiamente sono di un rilievo capitale i libri a cui egli applica la sua metodologia delle varianti, o degli scartafacci, per verificare l’identità di “posizione stilistica” e “posizione gnoseologica” dell’autore in esame.

Nell’analisi di ogni testo poetico Contini vola come un’aquila nella vertigine delle altezze, e ciò non stupisce in alcun modo, perché nessun genere letterario come la poesia può essere felice di rivelare i suoi segreti a un simile maestro della critica stilistica.

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