Nella nostra letteratura non è solo la Scapigliatura ad avvertire l’attrazione per il caso clinico, ma è quella che predilige il tema del caso clinico abnorme. A Tarchetti va riconosciuto il merito di avere introdotto con Fosca non solo il personaggio della femme fatale, ma anche il personaggio vittima di una nevrosi.

Quello di Fosca è un amore vampirico, che sottrae all’amante il suo spirito vitale. Questo carattere di vampirismo è più o meno frequente nel personaggio della femme fatale e lo scrittore che lo ha incarnato con maggiore profondità nei suoi personaggi femminili (eccezionalmente anche nello Stavrogin dei Demoni) è stato Dostoevskij.

I personaggi che nella storia della letteratura hanno rappresentato questo tipo di donna, però, sono tutti dotati di bellezza. Con essa irretiscono il protagonista in una relazione più o meno perversa, che lo conduce alla rovina.

Questo genere di personaggio ha avuto una diffusione ancora più grande nel cinema, nel quale la dark lady è una figura caratterizzante del noir. Anche Fosca è stata tradotta sullo schermo, per opera di Ettore Scola, con il titolo Passione d’amore, che però non è uno dei suoi film più riusciti.

Il Romanticismo aveva introdotto la figura del brutto con Victor Hugo, ma i suoi Quasimodo e Gwynplaine non possono suscitare amore con la loro deformità, che li condanna all’emarginazione. L’acuta intuizione di Tarchetti è stata quella di avere inventato una donna fatale che travolge il protagonista non nonostante la sua estrema bruttezza, ma in virtù di essa.

Fosca non ha nulla del documento scientifico caro al contemporaneo naturalismo, e presenta invece certi aspetti che saranno propri della letteratura decadente. La narrazione, infatti, non ha un carattere oggettivo, ma viene presentata come le memorie del protagonista, nelle quali egli non solo racconta dal proprio punto di vista, ma interviene spesso con le sue riflessioni morali ed esistenziali.

Sotto il profilo letterario Fosca  paga il suo tributo più grande al deteriore Romanticismo d’appendice. Tutto qui è iperbolico: non solo la bruttezza della protagonista, ma anche i dialoghi, gli atteggiamenti e i gesti, con un’enfasi patetica che diluisce anche l’elemento orroroso nel melodramma.

Lo stile infine è trascurato e suscita uno sgradevole senso di improvvisazione (forse l’autore lo avrebbe migliorato, se la sorte glielo avesse consentito). Questi limiti impediscono al romanzo di essere un capolavoro, ma non al lettore di leggerlo ancora con interesse.

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