Un esempio tagliente di una misoginia che non era solo del Dossi, ma diffusa tra gli scapigliati (spero che le femministe non metteranno all’indice il libro): “343. Le donne sono tante serrature in cerca di chiave”. Una misoginia ribadita, in modo molto più greve, dalla nota 1412: “Il cane è la bestia, che io, dopo la donna, preferisco”.

Una nota della irreligiosità di Dossi, nella forma di una satira che sarebbe piaciuta a Voltaire: “376. Tale entra in una chiesa, dove si stava preparando lo scurolo [sepolcro che si allestisce nelle chiese nella settimana santa per rappresentare quello di Gesù Cristo] per il venerdì santo, e soprapensieri chiede: che c’è? – L’è mort noster Signor – risponde una vecchietta. -Mort? – fa egli – come? se saveva nanca ch’el fuss ammalaa [se non sapevo nemmeno che fosse ammalato]”.

Nella seguente la vena piccante di Dossi spezia il suo anticlericalismo: “389. Il Vescovo di Lodi, gran cacciatore da brescianella e roccolo, intervenuto agli esami in un collegio di fanciulle, diede loro per tema “del modo de ciappà i osei [di prendere gli uccelli]” – domandando poi, in particolare, a una che “gli parlasse dei verbi che esprimono il venire” – Nello stesso collegio il maestro di musica avea composto per le educande una cantata dal titolo “la passarina”.

Dossi è l’uomo delle sorprese. Nella nota seguente non solo conferma che nihil sub sole novi, ma dimostra che era sensibile alle sofferenze dei poveri e politicamente non sempre un conservatore: “569. Buone finanze, buona politica. Volete conoscere lo stato di un paese? guardate le sue finanze. Le sole condizioni finanziarie fanno le rivoluzioni. Oggidì (1870) in Italia non si vogliono economie, e si crede di cancellare il deficit imponendo nuove tasse – rubando il pane del povero col tassare le lire 600 di reddito, mentre si lasciano le spese di rappresentanza ai prefetti per far ballare gli aristocratici che possono ballare benissimo a casa loro. Ma il signor Sella pensa di riempire i vuoti crescendo le tasse, senza riflettere che la forza di un paese dà fino a un certo segno, come, nell’agricoltura, la fruttibilità di un terreno: e, in conclusione, facendo come chi chiudesse una fossa colla terra tolta da un’altra.”.

Carlo Dossi - Ritratto di Tranquillo Cremona (1867)
Carlo Dossi – Ritratto di Tranquillo Cremona (1867)

Qui Dossi dimostra una notevole acutezza, con la svalutazione, nella forma popolare di un proverbio, di un poeta per lungo tempo troppo famoso e che la critica nel Novecento ha poi ridimensionato. “1430. Della poesia di Carducci, tutta frasoni, può dirsi scarpa grande a piè piccolo.”

Le seguenti osservazioni sono condivisibili, tranne forse l’inciso conclusivo, che l’autore stesso esprime in forma di dubbio. Egli era un amante appassionato dell’umorismo in letteratura e considerava Richter, uno scrittore tedesco, dallo pseudonimo di Jean Paul, vissuto a cavallo del Settecento e dell’Ottocento (che ben pochi conoscono e quasi nessuno legge), più profondo di Shakespeare. “1749. Dei generi dell’Umorismo, nell’inglese domina la vena sentimentale (Sterne) – nel francese, la scettica (Rabelais) – nel tedesco, la vena della bizzarria (Richter) – mentre l’italiano conserva finora in tutto sobrietà – forse perché inceppato dalla tradizione classica.

Anche al tempo di Dossi era diffusa la sciattezza dello stile. Una considerazione attualissima, anche se la colpa non è tutta dei quotidiani: “1783. La gazzetta o libro quotidiano recò danno al libro perpetuo, come ne avea già arrecato il libro annuale ossia l’almanacco – abituando gli scrittori allo scrivere affrettato quindi scorretto, e i lettori alla troppa facilità, che rado va unita alla profondità o acutezza di pensiero. Al giornale si deve la perdita dell’originalità nello stile; e la moderna incolorità della lingua”.

Una malinconica nota autobiografica non priva di una venatura di orgoglio, in cui Dossi manifesta la sua sopravvalutazione di Giuseppe Rovani, che considerava il suo maestro. “1898. Manzoni nella nuova letteratura italiana rappresenta la primavera, e Rovani l’estate. Rappresenterà Dossi l’autunno?

Chi mai avrebbe immaginato che le carceri al tempo di Dossi fossero migliori di quelle contemporanee? “2036. Le carceri odierne ridanno ai detenuti l’aria, il sole, il pane fresco, la pulizia – togliendo loro la compagnia. Non giurerei che l’infelice ci guadagni nel cambio.”

Un’amara considerazione sul travaglio, dall’esito sempre incerto, dell’artista: “2164. L’entusiasmo artistico degli autori corrisponde alla gioja della concezione – la susseguente stanchezza, alla febbretta della gestazione – la fatica dell’esecuzione, al dolore del parto – E dopo tutto ciò, il parto è spesso infelice”.

Mi piacerebbe intrattenervi ancora, perché le Note azzurre degne, per ragioni diverse, di un’attenta lettura, sono innumerevoli. Spero comunque di avervi persuaso a visitare questo giardino, per odorare e cogliere con diletto i suoi fiori.

 

Written by Antonio Benedetti

Bibliografia

Carlo Dossi, Note azzurreAdelphi

 

 

 

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