Una valutazione esauriente delle Memorie del presbiterio, che ha per sottotitolo “scene di provincia” è piuttosto ardua, perché questo unico romanzo di Emilio Praga fu completato dal suo amico torinese Roberto Sacchetti, che non riuscì nemmeno a vederlo pubblicato in volume, perché morì anche lui in giovane età. Questi, secondo la critica, vi pose mano in modo molto più incisivo di quanto non avesse fatto Farina con la Fosca di Tarchetti, ma noi possiamo leggerlo come se fosse opera di un unico autore.

Sulzena, dov’è ambientato il romanzo, è chiaramente il nome fittizio di un villaggio della Valle Strona nelle Alpi Pennine, dove Praga trascorse un periodo estivo. Qui l’anonimo io narrante, tormentato ventenne in volontario esilio dalle sofisticherie della città, trova l’Eden che cercava: la natura si offre rigogliosa al suo pennello di pittore e gli abitanti vivono con essa in perfetta armonia: tutti sono amabili e gentili, e tra di loro spicca la figura del curato, di alta statura morale, tanto umano quanto cordiale, che ospita senza esitare il giovane nella stanza migliore del presbiterio.

Anche qui, però, è presente il male, il losco sindaco che insidia la donna sposata di cui è innamorato. Questo don Rodrigo di montagna, che ha il volto delle istituzioni, dimostra quanto la lezione del Manzoni, idolo polemico degli scapigliati, non fosse mai da loro veramente abiurata, come conferma anche il frequente rivolgersi del narratore al lettore.

La coppia di sposi non può però fare affidamento su una provvidenza che renda loro giustizia e punisca il colpevole. Se, in ogni caso, il sindaco Deboni fosse l’unica vistosa macchia nera che deturpa il candore di Sulzana, i cui abitanti riversano su di lui una legittima esecrazione, potremmo ritenere che il ritratto del villaggio sia concluso, senza che ciò ci riservi ulteriori sorprese, e riporre il pennello e i colori.

Ben presto, invece, il narratore scopre che questo mondo non è affatto arcadico come sembra. In opposizione al probo curato del villaggio si delinea quello dei paesi vicini, don Sebastiano, che desta avversione per la sua viscidità. Non si può definire positivo nemmeno il farmacista Bazzetta, per il quale il protagonista non prova alcuna simpatia.

Bazzetta, che con il suo amore del pettegolezzo è una miniera di confidenze preziose, disprezza, dall’alto della sua superiore estrazione sociale, i compaesani. Nel suo esclusivo attaccamento al personale tornaconto egli è l’incarnazione di quella grettezza borghese che il protagonista credeva di essersi lasciata alle spalle nella popolosa Milano.

I vari personaggi mostrano una strana tendenza a confidare al forestiero le loro vicende private, ed è proprio attraverso le loro confessioni che viene approfondita la loro personalità e che la storia procede, con una struttura che non è azzardato definire sperimentale. (continua)

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