Nel suo celebre sonetto Vocali Rimbaud associa a ogni vocale un colore, che gli suscita immagini ed emozioni. Attribuisce alla U una particolare importanza, dedicandole l’intera prima terzina. Dal testo potete verificare che è una vocale dalla natura decisamente positiva, diversamente dalle altre (con la parziale eccezione dell’ultima, la O):  U, cicli, vibrazioni divine dei mari virenti, ll pace di pascoli seminati di animali, pace di rughe ll che l’alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

Il sonetto è del 1871, e Rimbaud non poteva certo sapere che uno scrittore italiano, Igino Ugo Tarchetti, aveva attribuito alla U un carattere opposto, nel più notevole, forse, dei suoi Racconti fantastici (pubblicati nel 1869, poco dopo la sua morte), che s’intitola appunto La lettera U.

Il titolo tra parentesi Manoscritto d’un pazzo ci introduce direttamente in quella tematica del quadro clinico che era cara alla compagnia degli scapigliati, sensibili alla lezione del romanticismo di Hoffmann e a quella di Edgar Allan Poe. Il racconto di Tarchetti ricorda più da vicino quest’ultimo.

La lettera U condivide con i racconti dello scrittore americano la narrazione in prima persona, che induce il lettore a identificare il folle protagonista con il narratore, come se fosse una confessione autobiografica. Richiamano ancora Poe le prime pagine, con la loro frequenza di interrogativi.

Essa rende con indubbia efficacia lo stato alienato del protagonista, che entra in medias res, rivolgendosi ai lettori, con questa prosa convulsa, con questo affollamento di domande incalzanti. Più che una narrazione, è un monologo frenetico che aggredisce e stordisce la mente del lettore.

Hanno uno stile e un ritmo più disteso, invece, le pagine in cui l’anonimo protagonista racconta la sua ossessiva idiosincrasia per la lettera U, infernale sia per la forma che per il suono, dall’infanzia alla maturità, quando viene internato in un manicomio per avere percosso sua moglie, colpevole di un nome con quella vocale.

L’io narrante avrebbe voluto beneficare l’umanità, persuadendola a cancellare la vocale maledetta, rea di tutti i mali, e spera che la sua sventura sia un utile ammaestramento e che la sua morte preceda di pochi giorni l’universale liberazione da quella lettera. Le due righe finali del racconto riportano, con la freddezza lapidaria di un burocratico referto medico, l’avvenuta morte del protagonista in manicomio.

Tarchetti,  uno scrittore non sensibile di solito ai problemi del linguaggio, qui ha adottato uno stile funzionale all’intensità emotiva della narrazione. Notevole anche la punteggiatura, che non rifugge nemmeno dall’alternare un punto interrogativo a uno esclamativo per due volte senza soluzione di continuità, né dal concludere una parola con quattro punti esclamativi.

L’enfasi consueta di Tarchetti deriva da un certo cattivo romanticismo, ma gli eccessi della punteggiatura costituiscono una scelta idonea a rappresentare anche visivamente la psicosi del protagonista, in questo racconto artisticamente non indegno di Edgar Allan Poe.

 

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