l’arte, che tutto fa, nulla si scopre.” E’ davvero strano che l’autore della Gerusalemme Liberata abbia espresso in un verso l’essenza dell’arte di Ludovico Ariosto,  e che esso, mentre ambisce all’universalità di un aforisma, paradossalmente non valga proprio per l’arte di Torquato Tasso.

Nei suoi canti il meraviglioso allo stato puro si alterna con il meraviglioso commisto con l’umana quotidianità, e tutto viene armonizzato dalla limpidezza dello stile, nell’inesausta rappresentazione di un mondo sensibile che s’identifica, senza dubbi né incrinature, con il mondo reale.

L’autore non è un aristocratico altero e corrucciato come Dante, ma un aristocratico che, con un sorriso arguto, invita a un simposio tanto i suoi pari quanto il popolo minuto, intrattenendoli in uno spazio e per un tempo infiniti. Alla chiarezza e semplicità (formali, non strutturali: il suo poema è un labirinto dove i suoi protagonisti si smarriscono, ma alla fine l’autore fornisce il suo filo d’Arianna sia a loro che ai lettori) l’Ariosto ha aggiunto una fluidità, una levità e una naturalezza ignote a qualsiasi altra opera poetica.

L’ottava, il metro tradizionale della poesia narrativa in generale, e di quella cavalleresca in particolare, nelle sue mani è divenuta di oro forbito e una cornucopia di perle. È vero, l’arte di Ariosto nulla si scopre. Questo signore, infatti, sembra che non intenda rivelarci i segreti della sua arte. Forse ne è geloso e non è così munifico, o vuole che siano i suoi lettori a scoprirli. O forse, infine, non c’è alcun segreto da scoprire?

Lo stile classico è un tessuto che aderisce al corpo come una seconda pelle, è una seta che nemmeno ci si accorge d’indossare. Esso evita con la massima accuratezza che lo sguardo incontri qualche asperità, dove potrebbe incagliarsi. Non vuole nemmeno che esso si distragga dalla narrazione per fermarsi qualche attimo a osservarlo.

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