Se in poesia, un genere aristocratico, che viene frequentato solo da lettori colti ed esigenti, per esempio, nell’incipit dell’Infinito sostituiamo il prezioso “ermo” con il comune “solitario”, ogni suggestione svanisce. Spesso una parola è insostituibile in poesia, che la tende al limite delle sue possibilità, ne esalta il potere evocativo, ne distilla l’incanto anche musicale.

Che cosa cambia in un romanzo se si usa una parola al posto di un’altra? Possiamo dire tranquillamente che non cambia nulla. Non cambierebbe nulla nemmeno se usassimo molte parole al posto di altre. Flaubert si macerò a lungo in Madame Bovary nella ricerca del titolo giusto per un quotidiano: dopo aver scelto “Le progressif de Rouen”, riuscì infine ad approdare esultante a “Le fanal de Rouen”.

Credo che possiamo tutti concordare nel ritenere inutile tanta fatica: nessun lettore avrebbe avvertito il minimo fastidio se lo scrittore avesse optato per il primo titolo, nessun lettore avverte l’insostituibilità del secondo titolo, e nemmeno remotamente sospetterebbe il travaglio dell’autore per inventarlo.

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