Dovremmo aver realizzato, credo, una ragionevole convergenza su qualche considerazione sul mot juste. La parola è giusta all’interno di una singola frase, e se non lo è non può compromettere la riuscita di un intero romanzo. Non esiste la parola giusta universalmente valida, perché gli scrittori possono averne una personale concezione:

La parola giusta può essere la più esatta o la più vaporosa, la più semplice o la più peregrina, la più aspra o la più musicale. La definizione meno approssimativa, forse, anche se pur sempre piuttosto generica, è quella che considera giusta la parola che risponde alla sensibilità e alle esigenze dello scrittore all’interno di una frase.

Credo che sia condivisibile anche la considerazione secondo la quale in poesia si avverte molto più che in prosa la stonatura di una parola sbagliata. Anche in poesia, comunque, la stonatura tanto più si attenua quanto più aumentano le dimensioni dell’opera.

Una parola sbagliata, infatti, se guasta il verso di un sonetto, ne incrina la felicità complessiva, mentre se guasta il verso di un poema viene facilmente cancellata dalla memoria del lettore. Ciò è inevitabile, perché non si può pretendere, nemmeno nell’Iliade e nella Divina Commedia, che i versi siano tutti della stessa altezza, e neppure che non ci siano anche versi non riusciti

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