Vi riporto in successione, di questo romanzo di cui ho pubblicato lo scorso anno una revisione in self publishing, una valutazione epistolare di Giorgio Bárberi Squarotti, una recensione di Alessandra Galetto, giornalista letteraria del quotidiano “L’Arena”, e uno stralcio delle pagg. 35-37.

«L’autore sa armonizzare mito e ironia, storia e attualità, filologia ed evocazione dionisiaca con straordinaria sapienza di parola e con efficace animazione di personaggi, fino alla visionarietà più intensa… Al romanzo vero e proprio ha aggiunto note e commenti e citazioni argute e dottissime al tempo stesso: che gioia, allora, ritrovare così viva e sapiente la tradizione e i miti greci per opera sua, della sua scrittura!»

«Un paesaggio… sotto le luci più abbacinanti della solarità mediterranea diventa teatro per presagi ed epifanie. Il romanzo ha un tempo unitario che lo rende tanto più avvincente: la scrittura è compatta e gli eventi si snodano legati strettamente da una sorta di tensione. Il tema è classico per eccellenza: amore e morte, eros e thanatos, motivo dominante che si ritrova poi declinato come comune denominatore a connotare le opposte tensioni dell’animo dei vari personaggi… È proprio una classicità rivista come in una prospettiva di “realismo magico”, colta nella sua indecifrabile fisicità, a creare il fascino più vivo.”

Quando Angelópoulos riemerse dall’acqua, un fremito nel suo corpo nudo e grondante lo sorprese come una sensazione remota, quasi cancellata dalla memoria. D’un tratto udì un grido e vide lei, che incedeva poco più avanti, accasciarsi a terra. Quei pochi metri sembrarono al suo accorrere una distanza infinita, e infinito il tempo che lo separava da lei…

“Che cos’hai? Che cosa ti è successo?” Nemmeno si accorgeva di aver ritrovato la parola. “Sono stata punita!” strillava lei con una querula voce infantile. “Sono stata punita! Sono stata punita! Non dovevo! Non dovevo! Non dovevo! Ah, che dolore! Che dolore! Che dolore!” “Che cosa ti sei fatta? Fammi vedere…” Le sollevò il piede destro e lo pulì dalla sabbia. Un piccolo taglio vicino all’alluce, forse una conchiglia… “Il sangue, il sangue, il sangue!” Quel sangue che l’atterriva era una timida goccia annacquata. “Ho freddo, freddo, freddo! Aiutami, aiutami, aiutami!” Lui non aveva niente con cui coprirla; non poté che stendersi sopra di lei e cercare di spegnere col calore del suo corpo i brividi che la squassavano. Lei volle alzarsi, fece qualche passo, ma barcollò e si aggrappò al suo fianco. Lui la prese in braccio, lei si coprì il volto che grondava lacrime e lamenti con i suoi lunghi capelli. Angelópoulos provava ora per quella femmina fragile e trepidante delicata compassione e orgoglio virile.

Non sapendo dove rivolgersi per chiedere aiuto, si diresse verso il vicino cimitero, all’esterno del quale pericolava una vecchia cappella sconsacrata. “Non aver paura”, le disse con tenerezza. “Adesso ti porto al coperto. Là dentro non avrai più freddo.” Lei guaiva come un cucciolo ferito. Erano appena entrati dalla porta sconnessa, quando un lezzo di escrementi arricciò le nari di Angelópoulos: non era il rifugio ideale, ma almeno riparava da quel leggero vento. Ora sentiva il respiro di lei più tranquillo sulla sua spalla; comprese che si era assopita. Se ci fosse stata qualche frasca dove adagiarla…

Una lama improvvisa di luce gli ferì lo sguardo. “Buona sera, signori”, fece una voce gentile. “Mi permettano di presentarmi: tenente Eliános, vicecomandante della base militare di Lámata.” L’ufficiale avvicinò la destra tesa alla fronte. “Posso chiedere ai signori che cosa stanno facendo completamente svestiti, a quest’ora della notte, vicino al cimitero?” La lanterna che un soldato aveva acceso vicino al capo di Eliános illuminava un volto dagli occhi incavati sopra il rilievo degli zigomi e dalle narici arcuate; un altro soldato al suo fianco puntava un negligente fucile verso il pavimento. Ad Angelópoulos la lingua latitava, le sue labbra erano esanimi. “Non posso certo chiedere ai signori i loro documenti, data la circostanza” – la voce di Eliános aveva assunto un’intonazione di bonaria ironia –, “ma posso ugualmente chiedere la loro identità.” L’ufficiale credeva che lei mantenesse gli occhi chiusi per pudore, non si era accorto che era profondamente addormentata. “Mi pare, ragazzi, che questi signori non siano privi solo dei vestiti, ma anche della parola. È bene stendere subito un breve rapporto, prima di condurli alla base, per il comandante che li interrogherà domattina.”

Il soldato scriveva sul davanzale di una finestra il rapporto di Eliános, che dettava lentamente, con burocratica diligenza. “… l’uomo è sulla cinquantina, la donna non ne dimostra più di venti…” Alla luce della lampada accostata al suo volto lei aveva sbattuto le palpebre e scosso il capo. Eliános, che con un gesto di galante cortesia si era spogliato della giacca, notò l’oggetto che lei cercava di nascondere e la costrinse ad aprire il pugno con un gemito. Pronto un soldato puntò il fucile contro il petto di Angelópoulos.

Eliános sollevò l’oggetto all’altezza degli occhi, osservandolo con grave attenzione. Sulla parete l’ombra del fallo era la potente estremità del suo braccio, tutto il suo braccio un lungo potente fallo. “Questo non le serve più, non è vero, ragazzi? Noi possiamo dargliene qualcuno di migliore!” La risata era rauca come la sua voce, il volto che si rovesciava all’indietro violaceo, fili di bava colavano dagli angoli della bocca. Angelópoulos fece un gesto verso di lui, ma il soldato lo colpì sul capo col calcio del fucile.

Nell’Hérebos dove egli era precipitato irrompevano a tratti le risate schiumose dei soldati e i gemiti e le strida di lei. Ora le risate soffocavano i gemiti, ora le strida lancinanti spegnevano le risate. D’improvviso Angelópoulos si sentì sollevare in aria, come se la terra sussultasse lungamente, mentre tutto tuonava intorno a lui…

Nelle palpebre il buio, ramato da un puntiglio di sole, si diradava faticosamente: il tetto della cappella era crollato, scarpe e lembi di divisa incrostati di sangue sporgevano dalle pietre. Una trave caduta di traverso sopra di lui lo aveva salvato dal rovinio. Con la testa percossa da un maglio, Angelópoulos strisciò penosamente all’aperto e riuscì ad alzarsi appoggiandosi a una parete. Barcollava, inciampava e cadeva, con lo sguardo proteso verso la cima del monte.

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