Vi riporto in successione, di questo romanzo, di cui ho pubblicato lo scorso anno una revisione in self publishing, acquistabile in versione cartacea e in e-book su Amazon e solo in e-book su tutte le principali piattaforme, una valutazione epistolare di Giorgio Bárberi Squarotti, una recensione di Alessandra Galetto, giornalista letteraria del quotidiano “L’Arena”, e uno stralcio delle pagg. 24-26.

«L’autore sa armonizzare mito e ironia, storia e attualità, filologia ed evocazione dionisiaca con straordinaria sapienza di parola e con efficace animazione di personaggi, fino alla visionarietà più intensa… Al romanzo vero e proprio ha aggiunto note e commenti e citazioni argute e dottissime al tempo stesso: che gioia, allora, ritrovare così viva e sapiente la tradizione e i miti greci per opera sua, della sua scrittura!»

«Un paesaggio… sotto le luci più abbacinanti della solarità mediterranea diventa teatro per presagi ed epifanie. Il romanzo ha un tempo unitario che lo rende tanto più avvincente: la scrittura è compatta e gli eventi si snodano legati strettamente da una sorta di tensione. Il tema è classico per eccellenza: amore e morte, eros e thanatos, motivo dominante che si ritrova poi declinato come comune denominatore a connotare le opposte tensioni dell’animo dei vari personaggi… È proprio una classicità rivista come in una prospettiva di “realismo magico”, colta nella sua indecifrabile fisicità, a creare il fascino più vivo.”

VI

Quando partecipò al funerale di Palóclitos, all’uscita dalla chiesa Angelópoulos fu trattenuto dal suo figlio maggiore – poco più che ventenne, miope e longilineo, dai modi forse un po’ compassati per la sua età, già professore in pectore sulle orme del padre. “Poco prima di essere ricoverato mio padre, che si sentiva in debito con lei, ci aveva pregati di consegnarle questo. Voleva addirittura inserirlo tra le sue disposizioni testamentarie, per assicurarsi che glielo avremmo consegnato.”

Ringraziando, Angelópoulos mormorò che lui non aveva fatto niente per suo padre: ne era convinto, e ancor più di essere immeritevole di quella sincera riconoscenza che il giovane gli manifestava anche con l’espressione, accompagnando una frase che nemmeno per lui era di circostanza. Senza dubbio per bocca del figlio parlava sua madre, e forse anche la gratitudine che Palóclitos aveva nutrito nei confronti del suo amico e che aveva comunicato alla donna prima della sua morte.

Appena a casa – un lussuoso appartamento sul lungomare, frutto dei cospicui guadagni di sua moglie: fin troppo lussuoso per lui, che non aveva mai vagheggiato una dimora così inaccessibile al suo reddito di professore –, Angelópoulos si affrettò ad aprire nel suo studio la piccola scatola che il giovane gli aveva consegnata. Dopo avere pazientemente smerigliato il bronzo di quel disco, egli si vide un volto inciso da un reticolo di bricioli, tra i quali il triangolo violaceo sulla fronte spiccava in un solitario rilievo. Una qualche pratica che aveva di reperti archeologici gli avrebbe fatto scommettere che quello specchio non era una più o meno astuta contraffazione. Com’era possibile che fosse stato ritenuto privo di qualsiasi valore e lasciato come un insignificante souvenir nelle mani del povero Palóclitos, che per qualche ignota ragione non aveva più voluto separarsene?

Sul retro, celato da una coriacea patina sanguigna, a poco a poco comparivano dei fievoli segni; una lente spessa infine distinse, senza più margini di dubbio, il primo e l’ultimo in verticale.

I segni intermedi, con molta probabilità tre, il tempo li aveva limati. Angelópoulos non aveva dubbi che quelli fossero caratteri della Lineare B, che l’entusiasmo giovanile una ventina d’anni prima l’aveva stimolato ad approfondire, anche se era incredibile un termine di quella lingua in verticale. Un quaderno di appunti, che conservava con cura in uno scaffale della biblioteca, confermò che quelli erano due sillabogrammi, di cui esso gli consentì un’agevole traslitterazione: il primo corrispondeva alla sillaba di, il secondo alla jo. L’uno era quasi certamente l’iniziale del proprietario dello specchio, l’altro un genitivo che gliene rivendicava l’appartenenza. La dispettosa ch non aveva voluto rivelare ai posteri la sua identità…

La scatola conteneva anche una cartolina, con un’indicazione a matita di Palóclitos, purtroppo approssimativa, del luogo degli scavi, nei dintorni di Lámata, un piccolo villaggio sulla costa sud di Kríti, e un cerchio in cui era inscritto un nome, Ángelos, che ne costituiva il diametro verticale. Doveva trattarsi di un collaboratore, probabilmente del luogo, di Palóclitos negli scavi; un nome prezioso…

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