Eccovi la copertina del romanzo che ho pubblicato lo scorso anno in self publishing e uno stralcio della pagina 72.

Mentre scivolava nell’oscurità felpata degli alberi – il cane era scomparso, con un certo suo disappunto, come se in un momento insidioso gli avesse negato la sua solidarietà –, seguendo il turbinio sempre più febbrile e più vicino di quei fuochi, Angelópoulos avvertì un sibilo tra i cespugli e le modulazioni di un flauto. Si avvicinò al limitare della valletta e si addossò a un grande tronco, irrigidito dalla tensione dei sensi allertati.

Le donne vorticavano libere e intricate, spiccando balzi di cerbiatte e sprizzando faville dalle fiaccole sfrigolanti. Erano di varia età, alcune anche anziane; Angelópoulos riconobbe la moglie di Manólis, quella donnetta dimessa che gli aveva servito il pranzo, e quella donna corpulenta che aveva rimbrottato una ragazza nella fabbrica di tappeti. Gli sembrò d’intravedere anche quella ragazza…

Un rugghio di timpani, sistri e tamburelli avvampò d’un tratto. La ridda delle donne, il capo arrovesciato e la bocca avida di ubriacarsi d’aria, diveniva sempre più frenetica, i balzi sempre più selvaggi, in un caotico dimenarsi dei fianchi e ondeggiare dei seni, in una lubrica e naturale nudità.

D’improvviso tutto si arrestava, come per l’apparizione della Gorgón: il silenzio era pietra, pietra l’imminenza del balzo e le mani che un attimo prima scuotevano i sistri, pietra le serpi non più sibilanti nelle mani e il rutilare delle torce. Pochi attimi dopo il flauto esalava di nuovo il suo sospiro, e nuovamente il frastuono deflagrava, la ridda sempre più ferina. Eo, gridavano le donne, Eo, e il tripudio sovrastava le percosse dei timpani e dei tamburelli, mentre indugiavano davanti a un crepaccio con un inchino d’inebriata devozione. Angelópoulos aguzzò lo sguardo verso quella fenditura: per lunghi attimi invano, infine distinse, o credette di distinguere, il profilo di una presenza distesa in un negligente abbandono.

Ancora silenzio: diverso – non più universale latitanza di suoni e di rumori –, fermentante di un’aspettazione cui partecipavano attoniti il cielo e la terra. Due donne dai capelli bianchi recavano qualcosa a una ragazza, intorno alla quale le altre facevano ala: un cucciolo d’uomo e uno di cervo. La ragazza se li accostava entrambi ai seni turgidi e li alternava ai capezzoli che ruscellavano latte, con una tenerezza estatica e sensuale. Infine s’inginocchiava e li deponeva a terra, accanto a un cesto di vimini coperto da un panno, che sollevava lenta, con un’espressione di ancora più estatica sensualità. Qualche istante dopo alzava un volto sul quale si scolpivano l’incredulità, l’angoscia, le lacrime, e volgendo lo sguardo intorno le scolpiva sul volto delle altre donne.

In quello risuonò un latrato  – Diomédes era così vicino ad Angelópoulos da sfiorarlo, ma lui non si era nemmeno accorto della sua presenza. Il verso echeggiò nella valletta come una stridula profanazione, che lasciò per qualche attimo le donne smarrite, poi Angelópoulos scorse la schiuma sulle loro labbra urlanti, scorse gli artigli che si protendevano contro di lui dai loro balzi da pantere.

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