I suicidi giovano alla letteratura, alla quale hanno donato due tra i più notevoli romanzi della letteratura europea, che tutti voi conoscete: Madame Bovary e Anna Karenina. Ma non tutti, credo, conoscete un altro capolavoro, che nella produzione di Dostoevskij è inferiore ai grandi romanzi solo per la dimensione, non certo per intensità poetica.

La mite è un romanzo breve pubblicato nel suo Diario di uno scrittore nel 1876, dopo che Dostoevskij era stato turbato dal suicidio di una sarta a Pietroburgo. E’ la storia delle umiliazioni a cui il proprietario di un banco dei pegni sottopone continuamente sua moglie, una giovane dal carattere mansueto, già sua cliente, che ha accettato di sposarlo, dopo qualche esitazione, per sottrarsi a un matrimonio combinato per lei da due zie megere con le quali viveva.

Nella vasta produzione di Dostoevskij La mite spicca per la novità della tecnica narrativa: un lungo monologo interiore, in cui il protagonista, rivolgendosi a un invisibile pubblico (i giudici? I lettori?), rievoca accanto al cadavere della moglie tutta la vicenda, dal loro primo incontro nel suo banco al gesto con cui lei decide di porre fine alla sua vita. Egli non riesce a mettere a fuoco il senso di quell’atto estremo, anzi il suo pensiero diventa sempre più confuso, le frasi sempre più contraddittorie e sconnesse.

L’opera non potrebbe essere più dostoevskijana per la personalità tormentata del protagonista, un ex ufficiale fallito per viltà. Di lui ci sfuggono  le ragioni del comportamento. Perché mai ostenta costantemente nei confronti della moglie severità e il distacco di uno sdegnoso silenzio?

Anche della ragazza ci sfugge la personalità. Ha incontri casti e riservati con un uomo, una notte punta una pistola alla tempia del marito, che si finge addormentato, ma non preme il grilletto. Deciderà di suicidarsi proprio dopo che lui, che l’ha curata durante una malattia da probabile logoramento psichico, le ha chiesto perdono e promesso di portarla al mare sulla costa settentrionale francese.

La lettura non illumina nulla sulle ragioni dei comportamenti dei personaggi, né in fieri, né alla sua conclusione. Il romanzo è, prima ancora che dell’incomunicabilità, un capolavoro dell’inconoscibilità. Nulla è certo, tutto è ambiguo, e la scrittura elude ogni nostra curiosità, si sottrae a ogni indagine. Ha visto giusto l’autore sottotitolandolo “Racconto fantastico”.

E’ sincero il narratore, o mente a noi e a se stesso? Non riesce a chiarirsi le ragioni del suicidio, o non vuole? Perché lei non ha premuto il grilletto? Che cosa cercava attraverso la frequentazione di un altro uomo? Perché il suicidio, quando i rapporti con suo marito sembravano avviati verso un futuro più sereno?

Possiamo chiedercelo, ma non pretendere una risposta risolutiva. Dostoevskij è per eccellenza lo scrittore che non fornisce risposte, ma suscita domande. I protagonisti, i comportamenti, il senso stesso della vicenda egli li ha consegnati al loro mistero, ed è proprio questo che costituisce il fascino e la grandezza di questo enigmatico romanzo. Leggetelo, e ditemi se condividete questa mia recensione.

 

 

 

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