Il faggio degli Ebrei

Nonostante ciò che afferma in Wikipedia l’anonimo estensore in lingua italiana, secondo il quale Il faggio degli Ebrei è un’opera mediocre, il racconto lungo, apparso nel 1842, dell’aristocratica poetessa della Westfalia Annette von Droste-Hulshoff è, per il consenso della critica, uno dei più belli della letteratura tedesca. Dispiace che da noi sia pressoché sconosciuto, mentre nella sua patria è diventato un libro di culto.

La scrittrice è riuscita magistralmente a sintetizzare in qualche decina di pagine la narrazione della vita del protagonista, accompagnandolo dall’infanzia alla tragica fine della sua precoce decadenza, non solo fisica. Nelle intenzioni della Droste l’opera doveva essere un episodio novellistico di un progettato, e presto naufragato, romanzo di costumi d’ambiente westfalico. Ne è risultato comunque un racconto che, per la sua polivalenza, si sottrae a ogni facile catalogazione di genere, così come di appartenenza a un determinato movimento letterario: al confine tra il Romanticismo e il Realismo, consente di ravvisare perfino anticipazioni del Surrealismo.

Uno dei motivi di maggiore suggestione del racconto è la sua ambiguità. La scrittrice avverte, astenendosi da ogni giudizio, nell’epigrafe preposta alla narrazione, che non è nella facoltà dell’uomo decidere quanto c’è di colpa e quanto di destino nel comportamento di ognuno. Qual è il confine tra la libertà e la colpa nell’agire delittuoso del protagonista, Friedrich Mergel? E nell’agire degli altri personaggi? Di uno solo di loro si può dire che incarna, senza possibilità di dubbi, il Male: lo zio Simon. Simon è il male nella sua fascinazione demoniaca, è il grande tentatore, il subdolo traviatore del giovane Friedrich.

I dialoghi tra i personaggi il più delle volte non sono espliciti, suggeriscono molto più di quanto non dicano, e il non detto è molto più importante di quello che viene detto. La Droste non scava nell’interiorità del protagonista, e si limita a descrivere le sue azioni, omettendo di narrare la più grave, della quale lui può essere il responsabile. La verità non emerge in piena luce, e il lettore viene quasi lasciato solo con i suoi dubbi. Quasi, perché la scrittrice indulge a insinuare sospetti, e l’identità dell’omicida si rivela infine l’ipotesi più verosimile, se non l’unica.

In questo racconto, che è anche un giallo, la grande lezione del connazionale Hoffmann non ha mancato di ispirare il tema del doppio. Esso però viene rappresentato non come allucinante esperienza interiore, ma in due distinti e concreti personaggi. Johannes, il sosia, è l’antitesi di Friedrich, nel senso che incarna ciò che questi è stato e che ha sepolto per sempre: la debolezza, l’esitazione provocata dal dubbio, l’incapacità di agire.

Dopo molti anni di prigionia per opera dei Turchi, Friedriech ritorna al villaggio natio sotto le mentite spoglie di Johannes, per sottrarsi alla pena che avrebbe dovuto scontare per l’uccisione dell’ebreo Aaron, della quale era stato accusato. Che cosa gli rimane ora della sua volontà di potenza, della sua durezza, della sua sfrenata ambizione?

E’ divenuto quello che era il suo sosia, con quelle caratteristiche che aveva sempre disprezzato e che un tempo erano state anche le sue: la debolezza e la fragilità, aggravate per di più dalle sofferenze della schiavitù, che lo hanno incanutito, con l’assenza di ogni pulsione vitale. A questa larva non rimane che un gesto estremo, consumato con la complicità di un ramo del faggio sotto il quale aveva commesso il delitto.

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