Italo Svevo: è un luogo comune che il grande scrittore avesse voluto sottolineare con il suo pseudonimo la sua appartenenza sia alla cultura tedesca, sia a quella italiana. Ciò merita, forse, qualche approfondimento. Di solito le storie della letteratura riportano che il suo vero nome era Ettore Schmitz. Certo, in famiglia lo chiamavano Ettore, e zio Ettore lo chiamava un adolescente Gillo Dorfles, che frequentava la sua casa, ma che non era suo parente. Schmitz però si chiamava Aron Hector: il primo nome rivela l’origine ebraica della sua famiglia, anche se la cultura ebraica non ha lasciato tracce nella sua opera.

Del resto, dopo aver sposato nel 1897, con rito civile, Livia Veneziani, figlia di un industriale, egli abiurò all’ebraismo e si fece battezzare, per risposarla l’anno seguente con rito cattolico. Livia, che era entrata in contrasto con la propria famiglia, la quale non aveva apprezzato la sua scelta di fidanzarsi con un impiegato – Hector aveva dovuto cercarsi un lavoro dopo il fallimento dell’industria del padre – parecchio più vecchio, sembra che fosse una donna affascinante, e lui ne era ossessivamente geloso. Il loro matrimonio fu comunque felice.

Di solito si afferma che la biculturalità di Svevo fu vissuta da lui, com’era nel suo carattere, senza nessuna conflittualità, anzi persino in un modo armonico, che sottolineò la scelta stessa del suo nom de plume. E’ legittimo ritenere, però, che lui non si considerasse un intellettuale risorgimentale, anzi che provasse un’inclinazione per la civiltà tedesca.

Fu inviato dal padre, che riteneva la conoscenza di quella lingua necessaria per il futuro commerciale dei suoi figli, a studiare con un fratello in un istituto bavarese: la sua formazione, dunque, avvenne in un ambito linguistico tedesco. Anche quando ritornò a Trieste, dove completò gli studi presso un istituto commerciale, Hector, come si firmerà nella sua corrispondenza in tedesco con la moglie, manifestò il suo interesse per la letteratura leggendo per primi i classici di quella lingua.

Allo scoppio della prima guerra mondiale egli era convinto, senza molto rammarico, che la Germania avrebbe vinto, e cercò accuratamente di rimanere estraneo al conflitto fino alla sua conclusione, dedicandosi alla letteratura e mantenendo la cittadinanza austriaca – prese quella italiana solo dopo l’annessione del Friuli al Regno d’Italia. I rivolgimenti della storia sembra che lo lasciassero scettico, o quanto meno indifferente, anche se un racconto, La tribù, rivela la sua simpatia per il socialismo: non aderì al fascismo, ma nemmeno si oppose. Ma come appariva ai suoi conoscenti l’uomo Svevo?

Ci soccorre la preziosa memoria di Dorfles. “Era veramente una persona deliziosa. Un uomo alla mano, cordiale, spiritoso, e autoironico; abituato da sempre a non prendersi sul serio, dovendo convivere con quell’ ambiente borghese assolutamente indifferente… Certo era la persona meno intellettuale, meno cerebrale che ci si possa immaginare… Era un giovialone, uno che amava parlare del più e del meno, e fare continuamente scherzi a tutti. Un bonaccione insomma, tanto che anch’ io mi chiedevo come potesse poi scrivere dei libri che nella loro apparente semplicità raccontavano invece tanto puntualmente la condizione dell’ uomo novecentesco.”

L’apparenza, però, ingannava: Svevo era un uomo coltissimo, che conosceva i classici delle principali letterature europee. Si era formato soprattutto presso la biblioteca civica della sua città, dove trascorreva molte ore di appassionate letture nel tempo libero lasciatogli dal lavoro in banca. La sua scrittura sembrava condannata all’incomprensione, non solo in famiglia: i primi due romanzi, pubblicati a sue spese, passarono quasi inosservati. I suoceri, che l’avevano assunto nella loro impresa, comunque non poterono lamentarsi di lui: Svevo si dedicò in modo lodevole alla nuova professione, che lo impegnò anche in viaggi all’estero.

L’insuccesso delle sue pubblicazioni e la professione sempre più totalizzante diradarono la sua attività letteraria, che cedette il passo alla passione per il violino. Egli non abbandonò mai del tutto, però, la scrittura, che continuò a coltivare come un vizio segreto. Sulle ragioni del mancato riconoscimento della sua statura artistica è stato scritto molto: l’unica imputata è la critica a lui contemporanea, perché i suoi romanzi non erano accattivanti per il pubblico.

Il primo, Una vita, pubblicato nel 1892 con il suo definitivo pseudonimo, nell’intento dell’autore si sarebbe dovuto intitolare Un inetto: davvero strano come un uomo d’affari non comprendesse che un simile biglietto da visita non avrebbe attratto l’interesse dei lettori. Il romanzo, indirettamente autobiografico, documenta come il naturalismo di Zola avesse lasciato le sue tracce nell’esordiente. Sei anni dopo egli pubblicò Senilità, con analogo insuccesso. I perdenti non sono amati, nella vita come nei romanzi, ma Svevo insisteva con il personaggio dell’inetto, che avrebbe conosciuto una notevole declinazione nella letteratura novecentesca. (continua)

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