La critica, questa volta, è meno scusabile, perché lo scrittore è cresciuto tanto da varcare la soglia della grandezza, e Senilità, caratterizzato da una tesa agilità e da una lucidissima analisi psicologica, si propone con maggiore disponibilità anche alla considerazione del lettore. Del romanzo naturalistico, ormai, è rimasto solo l’uso della terza persona, focalizzata sul protagonista. Anche chi non ama Svevo non può non essere affascinato da uno dei personaggi femminili più vivi della narrativa italiana, al quale può essere paragonata solo la Pisana delle Confessioni di un italiano di Nievo. Angiolina fu ispirata da una popolana, Giuseppina Zergol, con la quale Svevo aveva avuto una relazione nei primi anni Novanta, e che, come si compiace di raccontare, con il disprezzo forse della gelosia retrospettiva, sua moglie Livia, finì cavallerizza in un circo.

La senilità del protagonista Emilio Brentani, che ha trentacinque anni, è solo metaforica: è un sinonimo di inettitudine, intesa nel senso più lato di inerzia e impermeabilità ai sentimenti e alle emozioni intense. Emilio non vuole una relazione impegnativa, ma un’’avventura con Angiolina, di cui non ignora i facili costumi, per cercare un riscatto dal grigiore della propria esistenza. Delle due coppie sulle quali è strutturato il romanzo nessuno emerge come vincente: nemmeno lo scultore Balli, l’amico dinamico e invidiato di Emilio, che colleziona conquiste femminili, ma che non riesce a ottenere l’ambìto successo artistico. Amalia, l’esangue sorella di Emilio, sembra un personaggio patetico, che strascica nel silenzio il suo infelice zitellaggio, ma infine rivela un volto tragico: innamorata senza speranza di Balli, cerca un illusorio conforto nell’etere fino alla sua dolorosa morte. L’insuccesso di Svevo non era dovuto solo alla rappresentazione desolante di un mondo di perdenti, ma anche all’aridità di uno stile che non esibiva nulla di attraente e per di più sfregiato da frequenti sgrammaticature. “Barbarismo grammaticale” lo ha definito Gianfranco Contini, e l’accusa di scrivere male ha sempre accompagnato lo scrittore, che non poté appagare il suo desiderio di sciacquare i panni in Arno e non seppe nemmeno rivolgersi alle persone più competenti per correggere il suo cattivo italiano.

C’erano tutte le premesse perché egli continuasse a condurre una vita gratificata dal successo negli affari, ma amareggiata dall’insuccesso artistico. Il caso invece decise diversamente, con la persona di James Joyce, lo scrittore irlandese, venticinquenne reduce dalla pubblicazione, con scarso successo, dei racconti raccolti nei Dublinesi, che nel 1907 impartì a Svevo a Trieste lezioni di inglese. Joyce, con il quale egli strinse amicizia, fu entusiasta di Senilità e lo sollecitò a continuare a scrivere. L’impegno professionale non consentiva a Svevo di dedicarsi con continuità alla stesura di una massiccia opera narrativa, che iniziò a comporre un anno dopo la conclusione della guerra. Nel frattempo aveva scritto, comunque, alcuni racconti (un genere che frequentò sempre e nel quale ci ha dato due o tre capolavori), opere teatrali e persino un saggio su un progetto di pace mondiale, La Lega della Nazioni. L’esperienza culturale più rilevante di quegli anni fu la scoperta della psicoanalisi, che lo indusse a tradurre Sul sogno di Freud. La sua adesione, però, alla teoria del grande neurologo austriaco fu critica: rigettò senza esitazioni la psicoanalisi come tecnica terapeutica, ma l’apprezzò come strumento conoscitivo, utile ai romanzieri. Infatti la utilizzò nel suo terzo romanzo, pubblicato nel 1923.

Se Senilità ci aveva rivelato un grande scrittore, La coscienza di Zeno ci rivela non solo lo scrittore italiano più grande della prima metà del Novecento, ma anche uno dei più grandi scrittori europei. Tra le varie novità, colpiscono l’uso della prima persona e la struttura, che non segue l’andamento cronologico, ma sceglie liberamente alcuni nodi narrativi. E’ chiaro fin dall’inizio che della psicoanalisi sia Svevo sia il protagonista del suo romanzo, Zeno Cosini (in questo caso il loro atteggiamento coincide, ma non bisogna considerare Zeno un personaggio autobiografico), intendono burlarsi. Com’è possibile che il dottor S., psicoanalista determinato a pubblicare le memorie di Zeno per vendicarsi dell’interruzione della cura da parte del suo paziente, gli abbia prescritto di scriverle a scopo terapeutico? Nessuno psicoanalista prescriverebbe mai una cosa del genere a un paziente. Comunque sia, Zeno è uno dei più grandi e complessi personaggi di tutte le letterature. È la più simpatica canaglia apparsa sotto i cieli della narrativa, e per trovargli un precedente dobbiamo richiamarci a un personaggio del teatro, il Falstaff shakespeariano.

Nel corso del romanzo Zeno ammicca di tanto in tanto con sorniona autoindulgenza alla sua inaffidabilità. Tutto è precario, labile, relativo nella Coscienza. Le situazioni approdano a un esito imprevedibile, i personaggi si rivelano diversi da quelli che si credeva. Lo stesso protagonista racconta vari Zeno diversi da lui, persino nello stesso capitolo. Egli è un malato, un nevrotico che gioca con e sulla sua malattia, un inetto che fa emergere l’inettitudine latente nei suoi interlocutori, un perdente che paradossalmente alla fine si rivela un vincente. Anche quando, più o meno indirettamente, provoca un suicidio, non appare mai sfiorato dal minimo senso di colpa né dalla compassione, e si osserva vivere con una curiosità quasi divertita. Zeno infine rimane in qualche misura misterioso, ma non possiamo sapere se lo è perché non si conosce abbastanza o se si conosce anche troppo, ma non vuole scoprire del tutto le sue carte. Siamo indotti a credergli quando attribuisce la sua malattia alla civiltà, ma non possiamo fugare qualche sospetto che questa sia l’ennesima autodifesa di un irresponsabile maestro della mistificazione.

Una delle novità del romanzo è l’approdo al registro umoristico, dopo due romanzi drammatici. Un esito non imprevedibile, se si ricorda che lo scrittore si era dedicato fin dalla giovinezza alla composizione di commedie, ancora in attesa di un’adeguata valutazione critica. Anche La coscienza di Zeno fu pubblicata a sue spese e non scalfì il silenzio generale. Il destino di Svevo sembrava segnato: il suo talento era condannato a rimanere sconosciuto alla comunità dei critici e dei lettori. Di solito gli scrittori, anche i più grandi, non sono generosi nei confronti dei colleghi e non si attivano, per un’inconfessabile gelosia professionale, per far conoscere la loro opera. Dobbiamo quindi la nostra riconoscenza a Joyce, che si comportò con nobiltà con Svevo. Il dublinese, che era riuscito a pubblicare l’anno precedente, a Parigi, l’Ulysses, il romanzo più rivoluzionario del XX secolo, con qualche rumore di scandalo, inviò una copia della Coscienza a un critico francese suo conoscente, Benjamin Crémieux. Grazie all’interessamento di questi, paradossalmente, Svevo fu più apprezzato in Francia che nel suo paese.

Anche da noi, per fortuna, qualcuno si era accorto di lui: un grande poeta, dotato, eccezionalmente, anche di talento critico, Eugenio Montale, che inviò al periodico milanese L’esame, verso la fine del 1925, un suo articolo, Omaggio a Italo Svevo. Finalmente allo scrittore si spalancavano i cancelli della fama, finalmente il suo nome circolava non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche tra i lettori. Il tempo aveva risarcito il più grande scrittore italiano del primo Novecento, ma il caso non intendeva permettergli di godersi a lungo il piacere della vittoria sull’oscurità, con l’incidente stradale vicino a Motta di Livenza. Il resto appartiene all’aneddotica: Svevo che chiedeva con insistenza ai famigliari quell’ultima sigaretta protagonista del più famoso capitolo della Coscienza, assicurando loro che quella sarebbe stata veramente l’ultima, e che si congedava dalla vita nel dialetto triestino sempre parlato in famiglia: “Adesso vi mostro io come si fa a morire”. Era un vero giovialone, come ha affermato Gillo Dorfles: sapeva scherzare con signorile distacco anche sulla sua imminente morte.

 

Share This