Hoffmann fu tradotto molto presto in Russia, dove fu tanto apprezzato che quasi tutti i grandi narratori dell’Ottocento hanno scritto racconti di genere fantastico. Gli autori di solito sono i peggiori giudici delle proprie opere, e Dostoevskij senz’altro sbagliò nel valutare severamente un suo romanzo breve, Il sosia, pubblicato nel 1846, che sottopose a più revisioni nell’arco di una ventina d’anni.

Esso è la sua opera più tesa e “classica”, nella quale, rispetto ai dialoghi concitati dei personaggi nei romanzi maggiori, prevalgono le fitte pagine dei dubbi, delle riflessioni e delle impressioni dell’unico protagonista. Questi potrebbe sembrare uscito da una manica del Cappotto di Gogol, ma è decisamente dostoevskijana la sua tendenza al masochismo.

Goljadkin, goffo, insicuro, anche meschino burocrate di una Pietroburgo livida e fangosa, vorrebbe dimostrarsi socialmente superiore agli altri, con i quali è incapace non solo di socializzare, ma anche di dialogare, consapevole della propria insignificanza. Quando incontra un uomo fisicamente del tutto uguale a lui, la sua prima reazione non è negativa, tanto che i due promettono di diventare amici.

Il Goljadkin minore, come lo chiama l’autore, si rivela, però, ben presto simile al primo solo nell’aspetto. E’ un essere abietto e senza scrupoli, astuto e ingannatore. Compie, per raggiungere il successo professionale a spese di Goljadkin, molte azioni malvagie, che infangano l’innocente protagonista proprio in ciò a cui tiene di più, l’immagine della sua onorabilità agli occhi della società borghese di Pietroburgo.

Il sosia lo umilia di continuo, coprendolo di ridicolo davanti a colleghi, superiori e conoscenti. Goljadkin, però, non rimane passivo di fronte alla sua offensiva: mentre prima preferiva passare inosservato, ora vuole farsi notare, affermare la propria esistenza.

Il confronto con il sosia è, in ogni  caso, quanto mai arduo, perché questi è quello che Goljadkin vorrebbe essere, e osa fare, nel male, ciò che lui, pur desiderandolo, non riuscirebbe mai a fare. E’ un essere reale o una proiezione della sua mente malata? Il finale del romanzo lascia pochi dubbi in merito.

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