Accolgo volentieri l’indiretto invito dell’amico Raffaelli ad analizzare la valutazione di Pirandello da parte di Contini. La presentazione che questi gli dedica lascia pensare, per la sua lunghezza, che non intenda disconoscerne la grandezza. Procediamo con ordine.

Non molti sanno che Pirandello è stato anche un poeta. Da uno specialista di poesia come Contini ci saremmo aspettati qualche parola in più su questo genere della sua attività letteraria, non molto approfondita dalla critica,  e il suo silenzio è dunque assai eloquente.

Non sembra che Contini rimproveri al Pirandello prosatore una certa sciatteria stilistica, perché rileva il carattere di Koinè della lingua, neutra sul piano formale, ma fuga ogni sospetto di svalutazione riconoscendone subito l’espressività.

Nella valutazione dei romanzi Contini si mostra, in verità, piuttosto elusivo. Del Fu Mattia Pascal osserva che è stato il romanzo più fortunato di Pirandello. Noi tutti, però, sappiamo che non è solo il più fortunato, ma anche il più grande, uno dei più notevoli apparsi nel primo Novecento.

Dei Vecchi e i giovani Contini afferma che è la vetta delle ambizioni narrative di Pirandello e probabilmente il suo romanzo più degno di attenzione. Possiamo condividere la prima parte della sua valutazione, data la vastità dell’opera, che dovette costargli non poco impegno, e a maggior ragione il suo inserimento nel filone storico inaugurato in Sicilia da De Roberto.

Noi però avremmo desiderato che lo studioso avesse chiarito che il romanzo di Pirandello è decisamente inferiore, sul piano artistico, ai Vicerè, alla cui solidissima struttura contrappone la dispersività di chi non riesce a dominare la propria materia narrativa.

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