Anche chi non è un amante della letteratura, quando sente nominare Flaubert, pensa immediatamente a Madame Bovary. Ma quanti sanno che il suo capolavoro, probabilmente, non è questo, ma un altro romanzo che non ha mai raggiunto nemmeno lontanamente la sua popolarità, L’educazione sentimentale? Sono entrambi romanzi della frustrazione, ma presentano caratteri molto diversi.

Emma Bovary è ancora un’eroina nella quale è possibile in qualche misura identificarsi. La sua ricerca di un amore romantico, che le consenta di sottrarsi alla noia della vita di provincia, fallisce tra le braccia di due mediocri amanti, e il suo suicidio finale appare come un approdo naturale, se non inevitabile. Adulteri e suicidi sono sempre stati presenti nei romanzi, e sotto questo profilo Madame Bovary non rompe completamente con la tradizione.

Il passo ulteriore, molto più radicale, Flaubert lo compie con L’educazione sentimentale. Federico Moreau coltiva dalla giovinezza alla maturità un amore che è destinato a rimanere inappagato. Nel suo caso, al quale fanno da contorno quelli dei suoi amici, Flaubert non ha inteso rappresentare il fallimento di un singolo personaggio, come in Madame Bovary, ma di un’intera generazione.

Qui non ci sono, né ci possono essere, adulteri e suicidi. Ciò che accade conta meno di ciò che non accade, ciò che viene detto meno di ciò che non viene detto. La vita di Moreau non conosce la svolta di avvenimenti drammatici, è un progressivo invischiarsi in un’attesa senza speranza, un impaludarsi nel grigiore di una quotidianità che distilla assenza di interessi vitali.

Moreau è il più improbabile dei personaggi romanzeschi, un mediocre velleitario, al quale non può essere concessa la scelta, non priva di qualche nobiltà, di un gesto estremo. Questo romanzo, in cui la fluidità dello stile è pari alla sua raffinatezza, comunica al lettore la sensazione di un lento scivolare, di cui l’inetto protagonista è inconsapevole, verso un nulla privo di qualsiasi approdo.

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