Capita raramente, in letteratura, che non sia la critica ad accorgersi della grandezza di una scrittrice. Nel Regno Unito è stato un collega della Deledda, D. H. Lawrence, che ha voluto dedicare una prefazione alla sua Madre. Il grande romanziere inglese osservava acutamente che la vera protagonista della sua narrativa, più che i suoi dolenti personaggi, è la montuosa Sardegna del nord, la Barbagia, rappresentata come una realtà arcaica con i colori atemporali del mito.

Dobbiamo la nostra gratitudine a questa donna autodidatta, che mantenne la sua operosa riservatezza anche dopo aver vinto il Nobel – sinora l’unica scrittrice italiana –, se abbiamo potuto conoscere, nella sua produzione più matura, una Sardegna in cui ogni tentazione folcloristica è esiliata dall’intensità di una fantasia visionaria.

Sorprende, quindi (ma forse ormai non più), l’esclusione della Deledda da parte di Contini nella sua Letteratura dell’Italia unita. Sorprende ancor più che questa invece abbia ospitato nomi sepolti dal tempo come Panzini, Papini e Arrigo Benedetti.

Qualunque sia stata la ragione del rifiuto dell’illustre critico e filologo, con sua buona pace questi scrittori suonano ignoti all’orecchio di coloro, e sono numerosi, che ancora continuano a leggere e ad apprezzare i romanzi della scrittrice di Nuoro.

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