Gli elisir del diavolo di Hoffmann

E’ davvero curioso che di tutti gli scrittori del romanticismo tedesco quello che potrebbe apparire il più datato sia in realtà quello più moderno, il quale quasi profeticamente ha anticipato temi e soluzioni non solo narrativi (si pensi alla psicoanalisi), affidandoli a un futuro che si sarebbe protratto almeno fino al surrealismo. Non è facile stabilire se Gli elisir del diavolo siano il capolavoro di E.T.A. Hoffmann, ma sono certamente l’opera che lo rappresenta nel modo più esaustivo.

Tutto è sfuggente e indefinibile in questo romanzo, a cominciare dalla sua attribuzione a un genere specifico: psicologico o simbolico, giallo o d’avventura? Forse è soprattutto un romanzo gotico (la citazione del Monaco di Lewis al suo interno non è casuale), ma più probabilmente la compresenza di tutti questi aspetti rende ogni classificazione riduttiva e, in ultima analisi, infeconda.

 

Gli elisir sono, nella loro ingarbugliata vicenda, la narrazione di una lunga fuga, che inizia con l’abbandono della pace idillica di un monastero tra i monti. Che cosa spinge frate Medardo a gettare la tonaca alle ortiche per intraprendere un tormentoso viaggio senza meta? Da che cosa fugge Medardo, se non da stesso?

Gli elementi che caratterizzano la narrazione delle sue disavventure possono sembrare scarsamente originali: erano già apparsi, in mani molto meno sapienti di Hoffmann, i temi dell’erotismo e della religione, delle passioni peccaminose percorse da un’ansia di purificazione, della catena di inconsapevoli colpe ereditarie da espiare. Erano apparsi anche la natura selvosa e dirupata, i castelli tenebrosi, le segrete di una Roma malefica (ma non manca, nel romanzo, la rappresentazione di città nel fervore di vita con cui la borghesia sta eclissando una decadente aristocrazia).

Ma in nessuna opera precedente, e forse nemmeno successiva, la descrizione (non approssimativa, bensì minuziosa e realistica, non molto dissimile da quella, dedicata invece a un livido ambiente urbano, di un altro grande scrittore del negativo, Franz Kafka) delle frenetiche e non di rado cruente avventure del protagonista è animata dalla potenza di un’analisi psicologica che sonda il groviglio perturbante delle pulsioni inconsce.

Nella sua produzione Hoffmann non è nuovo al tema del doppio: egli, che era anche compositore, aveva rappresentato il suo alter ego nel personaggio del musicista Kreisler, che rischiava di essere travolto dal fascino demoniaco della sua arte. Ma negli Elisir il sosia costituisce il motivo dominante del romanzo, nel quale il protagonista è ossessionato dallo sdoppiamento del proprio Io, che lo insegue senza concedergli tregua. E’ un sosia che, come nella narrativa di altri autori, deve la sua malia all’ambiguità. E’ reale? E’ una spettrale proiezione della fantasia allucinata di Medardo?

Il mondo di Hoffmann non conosce mai un ubi consistam, i suoi protagonisti procedono su infinite sabbie mobili: quando un avvenimento assurdo sembra trovare una spiegazione naturale, questa viene ben presto smentita e rimanda all’inizio, a un’assurdità metamorfica che vanifica qualsiasi interpretazione. Chi cerca nella narrativa una rappresentazione del reale non è un lettore di Hoffmann, e nemmeno chi ama la sobrietà e l’armonia classiche. Il suo lettore ideale è chi sa abbandonarsi alla fantasia più sfrenata e visionaria, forse, della letteratura europea, chi sa appassionarsi alle ipotesi arcane degli impossibili.    

 

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