Giovanni Faldella è senza dubbio il narratore più notevole della Scapigliatura piemontese, della quale erano esponenti autorevoli due suoi amici, il drammaturgo Giuseppe Giacosa e il poeta Giovanni Camerana. Di famiglia benestante come altri scapigliati, fu un uomo dalle molte esperienze: esercitò per alcuni anni l’avvocatura e per breve tempo fu anche sostituto procuratore, fu delegato scolastico e per lungo tempo amministratore provinciale. La sua passione più forte, però, era il giornalismo, nel quale ricoprì la carica di inviato alla Esposizione internazionale di Vienna  per conto di un quotidiano e, alcuni anni più tardi, di inviato fisso a Roma per seguire le vicende parlamentari.

Il giovane Faldella rivelava anche un precoce talento letterario, che si espresse nella composizioni di opere teatrali, di poesie e di racconti. Furono questi, di ambientazione paesana, pubblicati nel 1875 con il titolo Figurine, che gli valsero l’apprezzamento del Carducci. Faldella si dedicò senza indugio al romanzo, un genere nel quale coltivava ambizioni di ciclo narrativo, che però non superò mai le dimensioni della trilogia.

In questo ambito il più interessante è, forse, Donna Folgore, concluso nel 1909, che nel sottotitolo l’autore spaccia per un romanzo verista, mentre è, con il frequente ricorso a espedienti e ad accidenti su mobili scenari ambientali, nella rappresentazione della protagonista Nerina,  la parodia di un romanzo d’appendice. Nerina è una complessa figura di donna, dalle voglie insaziabili e dalla mente fredda e lucida, incarnazione della femme fatale appassionata dei piaceri viziosi dell’eros.

Nell’opera di Faldella sono assenti il maledettismo e il ribellismo che caratterizzano i più noti scapigliati. Diversamente da loro, morì anziano, e riservò il suo amore degli eccessi alle sperimentazioni linguistiche e stilistiche, che arricciavano il naso anche ai suoi estimatori. Fu per tutta la vita un uomo delle istituzioni, che divenne quattro volte deputato e infine senatore. Purtroppo i suoi impegni di carattere politico non gli consentirono di dedicarsi con assiduità alla letteratura, la cui produzione subì un rapido e quasi definitivo arresto.

Diversamente dai suoi colleghi “maledetti” Faldella era sensibile alle tematiche di carattere sociale, che affrontò nella trilogia Un serpe, composta a cavallo del 1880. Decisamente più riuscito, sullo stesso filone, (preceduto da I nuovi Gracchi, pubblicato nel 1888, che ha per tema la crisi agraria) il suo romanzo di più ampio respiro, Sant’Isidoro, pubblicato nel 1909, ma concluso già nel 1892.

E’ un affresco di vita contadina del Piemonte di fine Ottocento, in cui fermentano ardenti speranze socialiste, che alla fine sfoceranno nella sanguinosa rivolta del villaggio. Può sorprendere che l’ottica con cui Faldella osserva questo mondo sia nettamente conservatrice. Se egli era stato in gioventù d’idee progressiste – ma sempre nell’alveo di un congenito moderatismo –, ora la sua sensibilità sociale si era intiepidita, e sempre più conservatrice era la sua posizione di parlamentare in una sinistra che diveniva anch’essa sempre più moderata. Il suo non è certo l’unico caso di uno scrittore moderato in politica e decisamente innovatore, se non rivoluzionario, nello stile. Sant’Isidoro non è riuscito il suo capolavoro solo perché il quadro delle agitazioni socialiste, indubbiamente vigoroso, risulta appesantito dallo scoperto intento didascalico-moralistico, nonostante l’ironia che spesso vi aleggia. Ormai era al tramonto la narrativa di Faldella, il cui talento da allora in poi si sarebbe disperso in una produzione che interessa ben poco il lettore contemporaneo.   

 

 

 

 

 

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