Flaubert era convinto che per rendere artisticamente un’idea non ci fosse che un’unica parola giusta. Si contano più di dieci versioni di una stessa pagina di questo scrittore, che era capace di dedicare dei giorni alla scelta di una virgola.

La sua era una concezione dell’arte ascetica, ma non è difficile riconoscervi anche i sintomi di una nevrosi. Un romanzo è un mosaico particolare, in cui una tessera perfettibile provoca il crollo di tutte le altre? Esiste la parola insostituibile, che con le altre della stessa natura compone la frase definitiva e poi il romanzo definitivo?

Come Orazio, Flaubert voleva comporre un’opera che non potesse essere ossidata dalla caparbietà del tempo, dotata di un’eterna giovinezza in grado di sfidare orgogliosamente le alterazioni a cui è soggetto inevitabilmente quell’organismo vivente che si chiama lingua. Ma può un’opera letteraria ambire all’eterna giovinezza anche della sua lingua? Voi che cosa ne pensate?

 

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