Elena rientra nel numero delle opere d’intreccio di Euripide, nelle quali l’elemento tragico si attenua a vantaggio del gusto dell’avventura (ricorda in qualche misura i romance del tardo Shakespeare). Si può definire una tragicommedia, perché conosce anche momenti umoristici e si conclude felicemente.

Essa è importante anche perché inaugura il tema del doppio, che avrà un notevole sviluppo nella storia della letteratura e del cinema. Gli eroi greci, infatti, avevano ignorato che combattevano e morivano davanti alle mura di Troia solo per una vana parvenza, creata dalla dea Era.

La vera Elena, trasferita dal dio Hermes in Egitto, difende tenacemente la sua castità dal corteggiamento del re Teoclimeno, che vuole sposarla. E’ una donna infelice, che si strugge sia per l’assenza del marito Menelao, sia per la fama immeritata dell’odiatissima adultera che aveva causato la guerra di Troia. Non è certo, comunque, un personaggio idealizzato, perché si rivela nel corso dell’opera un’astuta simulatrice, che riesce a condurre abilmente la vicenda a un lieto fine.

La sua vista provoca lo smarrimento di Menelao, persuaso di avere sistemato sua moglie in una grotta. Egli si lascia convincere solo quando apprende da un messaggero che quella Elena si è dissolta in cielo. Euripide ha avuto l’accortezza di evitare l’incontro tra le due Elene, altrimenti l’opera sarebbe scaduta al livello della farsa.

Nell’Elena la donna vera e quella falsa possono coesistere solo finché il mare o la terra provvede a separarle. Probabilmente Euripide non era consapevole delle potenzialità del tema del doppio, ma il seme era stato gettato. Avrebbe fruttificato, qualche secolo dopo, nelle mani del commediografo latino Plauto.

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