Il 1821 è un anno magico per la letteratura europea: in Francia nacquero Baudelaire e Flaubert, in Russia, a Mosca, Dostoevskij. Curiosamente, Flaubert nacque un mese dopo quest’ultimo e morì nove mesi prima. Sullo scrittore Fëdor Michajlovič Dostoevskij sono stati scritti fiumi d’inchiostro, ma l’uomo non è altrettanto conosciuto. A parte il dono del suo talento, non si può certo affermare che fu fortunato.

Fu tormentato tutta la vita dall’epilessia, la malattia di cui morì, ancora bambino, uno dei suoi figli. Gli attacchi divennero più frequenti dopo che allo scrittore, già sul patibolo, al quale era stato condannato per aver partecipato alle riunioni di un circolo socialista utopista, fu comunicato che aveva ricevuto la grazia dallo zar – un orribile scherzo dell’ufficiale che comandava il plotone di esecuzione.

Questo episodio non rimase senza tracce nella produzione di Dostoevskij, che si dichiarò sempre fermamente contrario alla pena di morte,: il protagonista dell’Idiota, uno dei suoi romanzi più complessi, il principe Myškin, che soffre anche lui di epilessia, narra, stigmatizzandolo, lo stesso episodio di cui era stato vittima il suo creatore. Sarebbe sciocco ricercare una corrispondenza puntuale tra i problemi dell’uomo e quelli dei suoi personaggi, ma è evidente in alcuni di loro qualche tratto autobiografico.

Sappiamo che dopo la durissima esperienza del penitenziario in Siberia Dostoevskij abbandonò le giovanili simpatie socialiste, divenendo un accanito slavofilo. Comunque, la farsa macabra dell’esecuzione e la severità del carcere costituirono per lui una sorta di imprevedibile scuola di umanità.

I grandi scrittori trasformano in oro anche le esperienze più crudeli dell’esistenza: il bagno penale gli ispirò un’opera semiromanzesca, che piaceva in modo particolare a Lev Tolstoj, Memorie da una casa di morti, nella quale racconta come quegli orrori, sorprendentemente, talvolta rafforzavano i valori morali.

Nelle Memorie affiorano i valori della tolleranza religiosa e, soprattutto, dell’indulgenza verso i criminali. La pietà per le loro condizioni si accompagnò sempre, però, nello scrittore,  a una severità intransigente, soprattutto verso coloro che commettevano violenze familiari nei confronti dei bambini.

Spesso si crede che l’interesse per i personaggi emarginati sia di origine autobiografica, invece il padre di Dostoevskij era iscritto con i figli nell’albo d’oro dell’aristocrazia moscovita. Medico militare, aveva un carattere dispotico e allevò i figli in modo autoritario.

Il bambino Fëdor soffrì anche delle ristrettezze economiche della sua famiglia, e la sua tristezza certo non si attenuò nella solitudine del rigido istituto militare in cui, quindicenne, fu inviato a studiare a Pietroburgo. Suo padre aveva abbandonato la professione e acquistato una tenuta, ma, dedito all’alcool, maltrattava crudelmente i suoi contadini, che furono i probabili autori della sua morte. La sua figura dovette impressionare non poco l’animo sensibile del figlio, che l’avrebbe trasfigurata in uno dei suoi personaggi più foschi e potenti, il vecchio Karamazov del suo ultimo e più grande romanzo.

A dieci anni dalla sua condanna al penitenziario, che uomo appariva Dostoevskij? Leggiamo questo ritratto della penna sapiente di una sua amica: Era un uomo molto stanco e malato, di un pallore terreo, malsano, dal viso cupo e tormentato, come solcato da un groviglio di ombre. Nessuno poteva sospettare che costui avrebbe trovato le energie psichiche necessarie per comporre i suoi ponderosi romanzi. (continua)

 

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