Diòniso, il dio giovane, il due o tre volte nato, non ama oziare nell’Olimpo nutrendosi di ambrosia e sorseggiando nettare, ma preferisce scendere, in perenne movimento, tra gli uomini, inebriarsi e inebriarli del frutto fermentato della vite. Tra gli uomini, ma soprattutto tra le donne. Diòniso è un dio anarchico, la sua bevanda abolisce le censure.

Le donne, che la società greca di solito segregava in casa, accorrono in folla nella notte al suo richiamo: cancellando i vincoli e i veti delle istituzioni, si liberano delle vesti e indossano pelli di cerbiatto, gridano e danzano sfrenatamente per i monti, lacerano con le mani nude gli animali e ne consumano la carne cruda.

Condividendo il delirio del suo entusiasmo, acquisivano la forza sovrumana e l’invulnerabilità del dio; non solo si accostavano a lui, ma ne erano pervase. Finalmente, per quanto solo fino al sorgere dell’alba, la condizione umana veniva superata, la distanza abissale tra la divinità e l’essere umano veniva annullata.

Pur dopo qualche millennio, non possiamo lesinare la nostra gratitudine a Diòniso, non solo per il piacere elargito dalla vite, ma anche per il glorioso genere letterario che gli deve la sua origine. Mentre la poesia epica, figlia di Callìope, è estinta da secoli, il teatro è sempre vitale. Io vorrei che a Diòniso fossero intitolate vie, piazze e scuole, che gli fossero dedicati monumenti. Vorrei che si inneggiasse con eyòi alla sua rinascita ritornando a celebrare in primavera le Grandi Dionisie.         

Purtroppo a questo punto devo confessare che non è stato solo un interesse di carattere culturale quello che mi ha indotto a pubblicare questo post su Dioniso. Sto per pubblicare un romanzo, ambientato nella Grecia moderna, che ha per tema proprio la rievocazione del dio dell’ebbrezza. Abbiate pazienza: qualunque sia la mia statura di scrittore, essa è di gran lunga più elevata di quella di autopiazzista, un’attività che mi rassegno a svolgere solo dopo essermi inebriato del soave liquore del dio.

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