Chi era Dino Compagni? Possiamo definirlo un cronista dell’età di Dante, del quale era di quasi una ventina d’anni più giovane? I cronisti, veramente, solevano iniziare la loro narrazione dalla fondazione del mondo, mentre la Cronica delle cose occorrenti [accadute] ne’ tempi suoi rifiuta ogni disegno di storia universale e si concentra sugli anni tra il 1380 e il 1312. Ma è opportuna qualche parola di biografia del Nostro.

Compagni fu un mercator, provvisto di una preparazione di grammatica e di retorica ignota a quasi tutti i suoi colleghi, e ricoprì cariche politiche importanti nella sua Firenze: priore nel 1289, gonfaloniere di Giustizia nel 1293 e ancora priore nel 1301. Dalla fine di quell’anno non ricoprì più alcuna carica di responsabilità, e rischiò l’esilio che colpì anche Dante quando poco dopo i Neri rimasero padroni del campo.

La Cronica si può considerare almeno in parte opera storica, ma forse rientra più legittimamente nel genere memorialistico. Divisa in tre libri, fu scritta fra il 1310 e il 1312, non certo sine ira et studio, come Tacito aveva dichiarato all’inizio dei suoi Annales. Politicamente Dino, di parte bianca, fu uno sconfitto, come il suo concittadino più grande, e se era costretto a interpretare la parte dello spettatore e non più dell’attore, riversava nella sua opera tutto il dolore e lo sdegno che ancora gli infiammavano l’animo.

È questo un resoconto polemico, un diario intimo in cui la severa coscienza morale di un uomo mite e moderato apostrofa, con un piglio da profeta biblico, i malvagi e sleali cittadini che per superbia e cupidigia hanno provocato le lotte civili nella nobile città figliuola di Roma. Si potrebbe affermare, paradossalmente, che Dante ha un talento storico maggiore del suo, perché per lui la causa principale della rovina delle comunità è la lupa dell’avarizia.

Compagni invece quasi ignora il fattore economico come causa dei conflitti, non solo civili; il suo moralismo stigmatizza altre passioni degli uomini. Strano destino quello che accomunò il poeta e lo storico: entrambi bianchi, pagarono, anche se in misura differente, l’affermazione della fazione avversa, e criticarono l’inconsistenza delle iniziative con cui i loro compagni in esilio cercarono di ritornare in Firenze. Sperarono infine nell’avvento risolutore di Arrigo VII e furono dolorosamente disillusi.

Alcune invettive di Compagni ricordano da vicino quelle che animano certi passi della Commedia. Eccone un esempio, nel primo paragrafo del secondo libro: Levatevi, o malvagi cittadini pieni di scandoli, e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani, e distendete le vostre malizie. Palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più; andate e mettete in ruina le belleze della vostra città. Spandete il sangue de’ vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l’uno all’altro aiuto e servizio. Seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai de’ vostri figliuoli.

Non solo concordanze di idee, tra Compagni e Alighieri, ma anche consonanze di spirito, che si traducono non di rado in analogie di lingua e di espressione. Il seguente accostamento dimostra anche quanto la fede nell’intervento provvidenziale di Dio giovasse a lenire una sofferenza sociale che sarebbe potuta sfociare in disperazione: Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? (Cron. II 1); E se licito m’è, o sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso, / son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? (Pg VI 118-20).

Il libro II è senza dubbio il più importante della Cronica, nel quale l’autore narra la lotta tra i Bianchi e i Neri, le condizioni di Firenze sotto il dominio di questi e gli errori e l’ignavia dei primi. Ovviamente, Dino e Dante condividono anche l’avversione per il capo dei Neri, Corso Donati. Il ritratto che ne dipinge Compagni nel capitolo XX merita di essere riportato, perché è uno dei passi più intensi della sua opera. (continua)

Share This