Uno cavaliere della somiglianza di Catellina [Catilina] romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, addorno di belli costumi, sottile d’ingegno, con l’animo sempre intento a malfare, col quale molti masnadieri si raunavano [radunavano] e gran séguito avea, molte arsioni [incendi] e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio [danno] a’ Cerchi e a’ loro amici; molto avere guadagnò, e in grande alteza salì. Costui fu messer Corso Donati, che per sua superbia fu chiamato il Barone; che quando passava per la terra, molti gridavano: “Viva il Barone”; e parea la terra sua. La vanagloria il guidava, e molti servigi [favori] facea.

Quando quest’uomo passava, pareva che la città fosse sua: Corso Donati, che viene nominato, singolarmente, solo dopo una decina di righe, che descrivono le sue qualità e i suoi vizi, incede, forse contro le stesse intenzioni di Dino, avvolto da un’aura di fosca grandezza, come certi dannati che si stagliano davanti ai nostri occhi nell’Inferno dantesco.

La penna partigiana di Compagni tace, però, su quella che era stata la gloria più grande del facinoroso capofazione: fu l’artefice nel 1289 della vittoria della guelfa Firenze contro la ghibellina Arezzo nella battaglia di Campaldino, alla quale partecipò, in prima linea a cavallo, anche il giovane Dante, che fu assalito da temenza [timore] molta. Donati, infatti, risolse l’esito incerto della battaglia con un atto di insubordinazione, guidando la carica dei suoi cavalieri contro il fianco destro dell’esercito nemico.

A lui comunque Dante, con l’indeterminatezza di una profezia post-eventum pronunciata dall’amico Forese, fratello di Corso, non concede nemmeno la dignità dell’identificazione.

“Or va”, diss’el; “che quei che più n’ha colpa,
vegg’ïo a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.

La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.”

(Purgatorio XXIV, 82-87)

Eccone una parafrasi: “Ora fatti animo”, egli disse; “perché io vedo il maggiore colpevole della decadenza di Firenze trascinato alla coda di un cavallo verso la valle dove i peccati non vengono mai perdonati. La bestia a ogni passo corre più rapida, aumentando sempre più la velocità, finché lo uccide e lascia il suo corpo turpemente sfigurato”.

La fantasia del poeta arrota i canini mentre trascina in una corsa sempre più frenetica il nemico politico alla coda di un cavallo infernale verso il luogo dell’eterna dannazione fino a sconciare orrendamente il suo cadavere. Non solo qui Dante ignora la pietà, ma si compiace della sua stessa efferata visione. Sembra quasi che s’identifichi con quella che chiama “bestia”, non “cavallo”, la quale è il diavolo strumento della giustizia di Dio.

Perché anche quei lettori a cui non interessano le vicende della Firenze di Dante dovrebbero leggere la Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi? La ragione è semplice: Dino Compagni è un grande scrittore, uno dei più grandi del Trecento. La sua prosa non è indegna di Machiavelli, che però è un pioniere della filosofia della politica, in grado di argomentare le sue tesi con un rigore e una spregiudicatezza intellettuale sconosciuti al priore di parte bianca, uomo di passione, non di pensiero. Anche il segretario fiorentino è uomo di passione, ma essa nel Principe scorre in profondità, finché non prorompe impetuosa nel capitolo conclusivo.

La violenza della passione provoca in Compagni ellissi della sintassi, che risponde più a moti improvvisi che a una logica concatenata di trapassi, con brevi membri e brusche inversioni. Nelle sue pagine, animate da un’estrema tensione drammatica, egli figura come un pubblico accusatore, che scaglia, nel tribunale della sua coscienza, invettive furenti contro gli imputati politici chiamandoli per nome.

Per ritrovare una prosa dalla brevitas simile alla sua, che non ha precedenti nella letteratura italiana, dobbiamo rifarci a due grandi irregolari di quella latina, Sallustio e Tacito. Siamo dunque grati al caso, che ha voluto conservarci la Cronica e concederci il beneficio della sua lettura.

 

 

 

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