Ci si attenderebbe che al ribellismo contraddittorio (provavano attrazione e repulsione nello stesso tempo per Manzoni e per lo sviluppo industriale) degli scapigliati seguisse un rinnovamento, se non una rivoluzione, sul piano dei contenuti e delle forme espressive che li strutturano organicamente.

Proprio sul piano del linguaggio, invece, si consuma la complessiva modestia dei risultati. Le eccezioni, però, non mancano: la più vistosa è costituita dal pavese Carlo Dossi, il quale spicca per una ricchezza lessicale, spinta fino al virtuosismo e all’eccentricità, che ha indotto la critica a considerarlo un precursore di Gadda.

Sul piano dei contenuti, invece, i meriti degli scapigliati sono innegabili. Il senso classico della tradizione italiana aveva mantenuto il Romanticismo nell’alveo di una misura e di una sobrietà che avevano generato capolavori di statura europea, ma da tempo la cultura letteraria era alquanto ripiegata su se stessa e non intratteneva un dialogo vivo con le culture straniere.

Ammirando quello spartiacque della poesia moderna che è Baudelaire, gli scapigliati condivisero la sua concezione, di origine romantica, che la bellezza si possa riconoscere anche nella corruzione e nella morte. Introdussero quindi In Italia la poesia del fantastico, declinato soprattutto nell’aspetto del macabro, che era sconosciuta, seguendo la lezione dell’americano Poe, tradotto e divulgato in Francia proprio da Baudelaire, e del tedesco Hoffmann, un altro dei loro modelli. In questa attrazione per il misterioso e l’ignoto la Scapigliatura, propaggine estrema e tormentata del Romanticismo, manifesta una sensibilità che sarà peculiare del Decadentismo.

Gli scapigliati però non furono estranei anche a qualche influsso del Positivismo, e questo può stupire chi non conosca le contraddizioni dell’eclettismo, perché il loro culto del bello non disdegnava le brume misticheggianti. Dal Positivismo, infatti, derivò il loro interesse, non privo di un connotato di morbosità, per il caso clinico, per quelle malattie che avevano i caratteri dell’abnorme e dell’eccezionale.

Anche il Decadentismo, il movimento più refrattario al Positivismo (chi l’avrebbe immaginato?), prediligerà il tema della malattia, sia pure sondato con modalità assai diverse. Ancora nessuna meraviglia, però: l’arte è un fiume carsico, che emerge imprevedibile attraverso i compartimenti stagni ingannevoli della cultura.

Questo aspetto della loro produzione non è privo di fecondità nella nostra letteratura: non lo scorderanno né il Capuana del Marchese di Roccaverdina, il romanzo più celebre e riuscito del teorico del Verismo, né il D’Annunzio delle Novelle della Pescara. Ma in qualche scapigliato è riconoscibile anche la lezione dell’umorismo inglese, soprattutto quella di Laurence Sterne.

La Scapigliatura esaurì il suo slancio nell’arco di un decennio, o poco più, ma ne è esistita anche un’altra, che con la prima non ha avuto molto in comune. Ne respingeva soprattutto l’esasperato individualismo, con un atteggiamento al quale era estranea ogni identificazione dell’arte con la vita, mentre era sensibile alle questioni sociali. Questa Scapigliatura, realistica e moderata, democratico-populista, se non socialista, ha avuto i rappresentanti più autorevoli in Giovanni Faldella e Paolo Valera.

Share This