Quella che all’inizio sembrava una novella edificante, ben presto si configura con le modalità del romanzo giallo, più precisamente del feuilleton, che era molto diffuso al tempo di Praga (questo stesso romanzo fu la prima volta pubblicato a puntate in una rivista).

I personaggi che erano stati presentati in modo positivo vengono un po’ alla volta svelati nei loro risvolti oscuri. Se Praga si fosse mantenuto fedele alla tecnica del romanzo d’appendice, avrebbe scritto un’opera ben poco originale. Ma la sua novità consiste nel fatto che il protagonista conduce un’inchiesta che lo disorienta, e insieme con lui il lettore. Un romanzo giallo è una ricerca della verità, ma qual è la verità, se essa si rifrange nelle diverse versioni che ne danno i personaggi? Noi apprendiamo di loro ciò che a poco a poco apprende il protagonista, e con lui seguiamo tracce false, come lui veniamo depistati attraverso varie analessi nella scoperta, sempre procrastinata, di una verità sempre precaria ed elusiva.

I colpi di scena infittiscono, la tensione cresce, fino a sfociare in un delitto. Nessuno versa lacrime per il morto, e comunque il colpevole viene subito arrestato. Un altro elemento all’attivo di questo romanzo: la suspense non è nella scoperta dell’assassino, ma in quella della psicologia dei personaggi e dei loro più o meno torbidi segreti.

Lo scrittore continuerà in quest’opera di depistaggio e il gioco dell’ambiguità si protrarrà fino a sfociare in un finale aperto, che nel contrasto delle ipotesi lascerà il lettore con i suoi interrogativi? No, tutto si concluderà con un’agnizione risolutiva, che non lascerà però un sapore gradevole in bocca, né al protagonista né al lettore.

Si viene dunque a scoprire che nessun personaggio è innocente – nemmeno don Luigi, il curato modello di tutte le virtù –, mentre perfino l’odioso Deboni merita un moto di umana solidarietà, perché paga a usura il suo dispotismo, dopo aver accettato di addossarsi una paternità di cui non è responsabile.

Mi devo correggere: un personaggio integralmente innocente esiste, Aminta, il giovane costretto a studiare in seminario senza avere la vocazione per la vita religiosa, oppresso dalla patria potestà che il sindaco esercita su di lui. La salvezza per Aminta non potrà essere che nell’abbandono del villaggio. L’io narrante lo ritroverà dieci anni dopo in un treno mentre si sbaciucchia con la sua giovane moglie.

Aminta ora vive nel luogo più antitetico al suo paesello, in quella Roma che era divenuta da pochi anni la capitale del Regno d’Italia, dove lavora in un ministero. Il mite, gentile giovane si è dunque accasato, ha perso la sua aura poetica e si è imborghesito, divenendo un dipendente delle istituzioni. Il cerchio si chiude: non esiste alcuna sanità morale in alcun luogo, il paesello montano è simile alla grande città con le sue bassezze, l’Eden si è degradato, o piuttosto non è mai esistito. Al protagonista non rimane che prenderne atto, con l’impotenza di un’amara disillusione.

Si può parlare di queste Memorie come di un capolavoro? Temo di no. Il romanzo paga qualche scotto alla diversa mano dei due scrittori e si avverte che è mancato il lavoro di lima. Forse non sarebbe diventato un capolavoro nemmeno se Praga fosse riuscito a finirlo e a rifinirlo, perché egli non fu mai molto sensibile ai problemi dello stile. Nel suo romanzo spesso le immagini non corteggiano il buon gusto, indulgendo a turgori enfatici che, lungi dal renderle più incisive, ne accentuano la grevità. Tuttavia Memorie del presbiterio  sono un’opera meritevole di essere letta, perché la distanza di un secolo e mezzo non solo non l’ha invecchiata, ma anzi ha aumentato il fascino della sua modernità.

 

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