La Madonna di neve è Fede, la sorella vedova di Gallaro, che vive in casa sua con i propri numerosi bambini e lo tiranneggia. Lei è il grande personaggio negativo del romanzo: una nevrotica gelida, maligna e astuta, consapevole del potere che esercita sul fratello attraverso il ricatto dei sensi di colpa. Fede non prova altro sentimento che l’odio nei confronti della rivale, che minaccia l’equilibrio di tale potere.

La Madonna di neve non esce quasi mai dal letto, recitando costantemente una parte che è divenuta la sua seconda natura, e che lei forse non è nemmeno del tutto consapevole d’interpretare. Speranza e Ludovico si amano, ma Fede non intende in alcun modo lasciarsi sottrarre il fratello.

La contesa che lo ha in palio quale delle due donne la vincerà? Il romanzo manterrà fino in fondo il tono del grottesco o si tingerà del colore tetro della tragedia? In questo insolito triangolo s’intromette un personaggio collettivo, il popolo delle malelingue del villaggio, che con un gesto malvagio e irresponsabile provocherà la conclusione della vicenda.

Nemmeno il rappresentante dell’ordine sacro, del resto, è un personaggio positivo: don Tiburzio, il parroco, è un uomo meschino, fanatico, rancoroso, che ben poco conosce e pratica la carità cristiana (spira nella sua rappresentazione, forse, quell’anticlericalismo che era diffuso nell’intellighenzia del secondo Ottocento).

Gli scrittori della Scapigliatura sono stati spesso accusati di misoginia. Certo, nei loro romanzi non mancano figure di donne negative, ma i personaggi maschili sono le loro vittime solo per il proprio carattere smidollato: lo ha dimostrato il Maurizio di Dio ne scampi dagli Orsenigo di Vittorio Imbriani e lo conferma questo patetico Ludovico Gallaro (per non parlare del Remigio Ruz di Senso di Camillo Boito).

Ma nel romanzo di Faldella Ludovico non è l’unico campione di debolezza: gli uomini fuggono da Speranza perché non hanno il coraggio di opporle un netto rifiuto, a cominciare dal telegrafista Miralta, il quale addirittura sollecita e ottiene un trasferimento in Sicilia – iniziativa vana, se la leonessa non fosse stata trattenuta dal salire sul suo stesso treno dai compaesani e dal fratello.

Lo stile di Faldella è l’elemento più forte del romanzo: espressionistico, creativo, ricco di neologismi e di arcaismi, di preziosismi e di dialettismi. È una prosa simile a quella dell’Imbriani: il piemontese e il napoletano sono due grandi giocolieri del linguaggio, al quale affidano il compito di ingemmare le loro narrazioni.

Rispetto, però, all’eccentrico Imbriani, le cui idiosincrasie anticipano quelle di Gadda, Faldella alleggerisce il suo romanzo, teso e compatto, con una vena di sottile ironia, che manifesta una savia comprensione delle miserie umane.  

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