Ma da quando gli era entrato quel grigiume nella mente, lui aveva cominciato ad acquisire un’infausta consapevolezza della sua misera condizione: essere preso dall’alto tra un pollice e un indice e costretto a muovere tre passi in avanti e uno di lato in una rosa geometrica di direzioni, talvolta essere catturato e languire in un’inerzia vergognosa alle spalle del nemico, o abbattere un avversario con qualche mossa audace per essere infine rovesciato, senza un riconoscimento o un applauso, da una palma indifferente in un buio spigoloso.

Si chiese se qualcun altro dei suoi compagni condividesse la sua frustrazione: la consapevolezza di un male comune poteva essere un qualche sollievo per il suo cuore in pena. Osservò a uno a uno i suoi compagni – tranne il suo gemello, che conosceva fin troppo bene: un bravo ragazzo, ma incapace di vedere oltre il suo quadrato –, dal re al più attardato dei pedoni, quando nel fervore dello scontro non potevano accorgersi del suo sguardo indiscreto. Non aveva la voce degli dei per dialogare con loro, ma poteva fiutare inavvertito il loro stato d’animo.

Questa investigazione durò molte battaglie, e infine la sua caparbietà dovette confessarsi sconfitta: da nessuno trapelava un sentimento diverso da una torpida fedeltà al suo ruolo, da un’ottusa accettazione della propria esistenza, appagata da un esito favorevole o arresa alla cattiva sorte. Nessuno dei suoi avrebbe potuto comprendere le ragioni della sua sofferenza, se il compito individuale era quello di affidarsi alle mani del proprio dio, che sapeva come propiziare un avvento vittorioso.

Finora lui era stato a contatto con tutti gli avversari, ma per qualche dispetto del caso non aveva mai visto di fronte la loro regina: questo era per lui motivo di un rammarico infantile, perché lei era diversa dalla sua regina solo per il verde primaverile che dipingeva ogni avversario. Finalmente riuscì a catturarla, ma non fu un’esperienza esultante: quando le balzò sopra e la spinse in un quadrato vuoto, lei, prima di esser afferrata da due dita rapaci, gli rivolse un lungo sguardo melanconico.

Lo sorprese non tanto la sua espressione – tutti erano tristi quando venivano catturati –, ma una sensazione, limpida e tenace, che quella tristezza fosse un suo stato abituale. La sua prima reazione fu l’incredulità: l’irriducibile regina, la massima potenza della schiera, era anche lei insoddisfatta della sua condizione, si sentiva anche lei infelice? Ma non poteva fugare il dubbio: sentiva sul dorso l’infelicità, non solo prigioniera, del suo sguardo.

Credeva che lei gli avesse giurato un odio mortale, e lo turbò non poco che, negli scontri ulteriori, ogniqualvolta si avvicinava, lei gli rivolgesse un sorriso nel quale la malinconia esaltava la dolcezza. Una volta toccò a lui essere prossimo alla cattura per mano di lei, che gli elargì con lo sguardo una preghiera addolorata di perdono. Ma perché i suoi accorsero in sua difesa? Proprio a un alfiere dovette la sua liberazione!

Non catturò più la regina, né lei rischiò più di catturarlo, ma ebbero svariate possibilità di sfiorarsi. Lui non si sarebbe mai immaginato che avrebbe riconosciuto in una regina, e per di più avversaria, l’unica anima che condivideva la sua pena. Sì, anche lei era stanca di quella vita coatta, stanca di scivolare su quei quadrati bianchi e verdi e di combattere in difesa di un re ozioso, o per incastrare in un angolo il re avversario. Sì, entrambi condividevano lo stesso sentimento, e tale comunione era un balsamo celeste per la loro piaga segreta.

Da allora ogni battaglia aveva un significato solo se lui riusciva ad accostarsi a quella regina che sentiva più sua di quella della propria schiera: ogni sua mossa era nutrita da quella speranza, e ogni conclusione lo lasciava costernato e smanioso di rivederla. Una volta, nel suo buio insonne, fu macerato da un dubbio: lui e la sua regina erano condannati per l’eternità a strisciare su uno spazio avaro, senz’altra speranza che quella di scambiarsi un sorriso durante qualche battaglia?

Non sarebbe stata più clemente una sorte che li avesse lasciati a soffrire ognuno per proprio conto la loro solitudine? Lui non riusciva a scorgere alcuna via d’uscita, tanto più disperato quanto più acremente sentiva che nell’altra schiera la regina pativa la sua stessa disperazione.

Durante un combattimento nel quale mani sconosciute opponevano un’accanita resistenza, lui si avventurò in un punto insidiato dai nemici. Si risentì con il suo dio, perché l’aveva abbandonato alla loro mercé con uno scopo che non riusciva a scorgere, e molto di più quando scoprì che l’aveva sacrificato alla salvezza di un alfiere, in un momento cruciale in cui avrebbe potuto compiere prodigi.

Ma quando vide chi lo catturava, ogni sua irritazione si dileguò. La regina gli avvicinava un volto desolato, che mendicava il suo perdono per un atto al quale bramava di sottrarsi. Ma lui era felice di essere la sua preda, e avrebbe voluto rimanere per sempre prigioniero di quella carceriera.

Per la prima volta, forse, quella battaglia non fu conclusa, e il campo rimase immerso nell’ombra. Da un quadrato del bordo la regina volgeva il dorso a lui, relegato alle sue spalle, che non poteva in alcun modo avvicinarsi e salire. L’impotenza crudele dilatava e lustrava i suoi occhi, mentre il tempo distillava gocce sempre più dolorose.

D’improvviso lui udì un fruscio. Un miraggio? Con sforzi titanici la regina a poco a poco ruotava su se stessa, si arrestava, riprendeva, finché non fu tutta di fronte alle sue lacrime. Ora erano liberi di contemplarsi, effondendosi la soavità di un sorriso che esiliava ogni mestizia. Da un tempo immemore lui era levitato da quell’aurora, quando un trillo di campanelli inargentò i loro sguardi, che obliquarono verso la finestra.

Oltre quel vetro scendeva un silenzio gremito di fiocchi di neve, vagamente ramati dai raggi del plenilunio. Affiorò dal bordo un fiocco più grande, cima globosa di un monte scarlatto dalle pendici innevate, che bordavano in alto due cerchi di tartaruga assediati da un folto cespuglio di neve. Un guanto anch’esso scarlatto accennò di seguirlo, mentre ammiccavano anche gli innumeri cristalli, blanditi da un sospiro di brezza.

Poco dopo lui avvertì che si scioglieva ogni muffa delle sue membra, e le sue zampe scalciarono ogni anchilosi; la regina chinava la sua timidezza verso di lui, che senza esitare balzò aereo al suo fianco. Mai si era sentito così nuovo, giovane e forte. Non lo intimoriva il mondo ignoto che si spalancava oltre quella finestra, con la sua regina avrebbe potuto cavalcare sino oltre i suoi confini, all’infinito.

Il caminetto alla loro destra li invitava all’ebbrezza della notte, alla sua pioggia nevosa che mondava. La sua epidermide di avorio, che lui non aveva mai amata, era ora il drappo più intonato alla verde tenerezza della regina. Si genuflesse, ma lei con uno sguardo ansioso si volgeva verso i suoi compagni. Dopo un gelo di lunghi attimi lui respirò il calore di una carezza sulla criniera e di un abbraccio al collo, s’impennò con un nitrito e spiccò il suo balzo più felice.

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