Il nome non dirà niente a molti lettori, ma è quello di un autore tra i più singolari apparsi nel firmamento della letteratura. Nato nel 1903 non molto lontano da Parigi, studente irregolare e distratto, abbandona il liceo frequentato nella capitale per dedicarsi ad appassionate letture e a una precoce attività giornalistica, favorita dal padre, disegnatore umoristico.

I giornali e le riviste, dove Raymond svolge piccoli lavori di redazione, sono i luoghi più indicati per accostare persone che contano nell’ambiente letterario. La prima è il poeta André Salmon, che rilascia un giudizio positivo delle sue prime composizioni poetiche, e la seconda un altro poeta, di maggiore importanza per la sua formazione, Max Jacob, molto vicino alla corrente d’avanguardia del cubismo.

Ma l’incontro veramente  decisivo è quello con Jean Cocteau. Questo versatile autore, forse il più famoso animatore culturale nella Parigi della prima metà del Novecento, è amico di tutti i protagonisti della vita artistica. Affascinato dal giovane, Cocteau ne diviene subito il mentore, l’amico fraterno e, sembra, anche l’amante.

Mentre, sotto la guida del suo nume tutelare, accosta i movimenti d’avanguardia, come il dadaismo e il surrealismo, senza però lasciarsi intimamente coinvolgere, Raymond sperimenta vari generi letterari: la poesia, con un paio di raccolte, il teatro e la narrativa, nella quale eccelle. Postumo è apparso il suo secondo e notevole romanzo, Il ballo del conte d’Orgel, al quale non fu estraneo l’intervento di Cocteau durante la stesura e nella correzione del manoscritto ultimato.

Raymond Radiguet è una meteora, che si estingue appena ventenne di febbre tifoidea nel 2023 pochi mesi dopo la pubblicazione del suo primo romanzo. Quando questo esce, il successo è straordinario, per due ragioni: la massiccia campagna pubblicitaria promossa dall’ottimo editore e lo scandalo provocato dalla natura trasgressiva della relazione tra i due protagonisti, dalla insensibilità al tema ancora rovente della guerra e infine dall’età ancora acerba dell’autore.

Lo scandalo avrebbe accompagnato nel 1947 anche la pregevole traduzione cinematografica di Autant-Laura, che diede un’interpretazione in chiave romantica della vicenda dei due protagonisti, interpretata da una misurata Micheline Presle e da un intenso Gérard Philipe, che s’impose come l’attore francese di maggiore talento della sua generazione. Non suscitò, invece, nel 1986 particolare scandalo in un pubblico molto più smaliziato la sequenza a luci rosse della versione del nostro Bellocchio, la quale rimane uno dei suoi film meno riusciti.

Noi oggi stentiamo a comprendere l’indignazione che il romanzo provocò nell’opinione pubblica francese. Per il suo antimilitarismo? Ma non è veramente antimilitaristica la rappresentazione di una guerra lontana dalla vita sonnacchiosa e perbenista della società provinciale in cui si consuma la vicenda dei due protagonisti.

Per il suo erotismo? Ma la narrazione ellittica dell’autore non concede all’erotismo nemmeno la prurigine di una descrizione, e la rappresentazione, così sobria e delicata, di un tema di per sé scabroso non è una delle ragioni minori della grandezza del romanzo. Uno scrittore contemporaneo difficilmente avrebbe resistito alla tentazione di calcare la mano, accentuando gli aspetti hard della narrazione e in questo modo compromettendo quasi certamente la sua vitalità.

 

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