Fiorentino, vissuto a cavallo tra il Duecento e il Trecento, notevole saggista di politica, nella quale era un ottuso reazionario, e soprattutto di linguistica, sarebbe stato un grande poeta per la sua Vita Nuova e le sue Rime, ma divenne grandissimo per la sua Divina Commedia. Nonostante tale grandezza, riconosciuta in tutto il pianeta e fonte di smisurato e legittimo orgoglio nazionale, quasi nessuno legge il suo poema.

Gli studenti ne hanno, forzatamente e con un disgusto non dissimulato, assaggiato alcuni canti, ben presto rimossi dalla memoria, ma neanche tutti i loro docenti l’hanno letto integralmente.

Di costui non si potrebbe mai dire, come per Shakespeare, l’autore di teatro più rappresentato nel mondo, che è un nostro contemporaneo. È un personaggio ingombrante e arcigno, che nemmeno la società a lui intitolata, nonostante il suo ammirevole impegno, riesce a riesumare dall’ipogeo nel quale giace da sette secoli. In esso è destinato a rimanere sigillato per l’eternità. 

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