Quando si parla di un classico, si intende un artista che ha raggiunto tali altezze da essere considerato un modello di un genere o di uno stile. Con questo termine si caratterizzano autori tra loro diversissimi, come Lucrezio e Virgilio, nella letteratura latina, o Dante e Ariosto in quella italiana. Questi autori, però, anche se sono dei classici, non hanno tutti uno stile classico. Non possiamo sottrarci quindi al tentativo di definire in maniera non esaustiva, ma nemmeno approssimativa, che cos’è lo stile classico.

Cercare una formula che ne specifichi i caratteri può apparire un obiettivo analogo a quello che mira a identificare il sesso degli angeli. Come si può pretendere di risolvere in poche parole un problema estetico di tale complessità? Voglio cimentarmi ugualmente in questa impresa, e spero che apprezzerete l’impegno, se non le considerazioni. Uno stile classico ha il carattere della regolarità. Nella prova di composizione latina, che una volta era compresa nel piano di studi di chi si laureava in lettere, tutti gli studenti sceglievano di adottare lo stile ciceroniano. Pour cause: la sintassi latina trae dalla prosa del grande oratore e retore la sua strutturazione.

Non si può, credo, negare che il De oratore costituisca il massimo esempio di perfezione nell’ambito della prosa della letteratura latina, e non sorprende che lo stile di Cicerone sia divenuto oggetto di imitazione e persino di culto in molti scrittori non solo della sua lingua, inaugurando una tradizione che ha attraversato la letteratura italiana almeno fino all’Ottocento. La prosa ciceroniana esalta la complessità della paratassi, e la sua concinnitas, che non è solo simmetria, ma anche armonia del periodo, sempre ritmicamente scandito, ha l’indubbio pregio della chiarezza, ma non risponde certo all’esigenza della semplicità.

Se, come io ritengo, lo stile classico si basa soprattutto sulla semplicità e la chiarezza, dobbiamo rivolgerci a un altro maestro della letteratura latina, un uomo che aveva ricevuto dal caso propizio il dono di riuscire grande in tutto quello che faceva, Giulio Cesare. È nota l’ammirazione di Cicerone, suo avversario politico, per la nudità stilistica dei suoi Commentarii. Questi due grandi scrittori hanno in comune solo la purezza lessicale; infatti, rispetto alla strategia ciceroniana nella disposizione delle parole Cesare non mostra preoccupazioni di inquadramento e di organizzazione, e alla ridondanza risponde con la brevità.

Se Cicerone è un maestro della forma complessa, Cesare lo è della forma semplice. Credo che la storia delle letterature dimostri che lo stile classico è figlio molto più di Cesare che di Cicerone. Questo tema merita di essere ripreso in un post successivo.

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