Carlo Bernari è un altro degli scrittori ingiustamente dimenticati dalla comunità dei lettori. Eppure i suoi meriti non sono trascurabili. Napoletano, con un’insofferenza delle regole che provocò la sua cacciata dalle scuole, curava la sua formazione da autodidatta mentre lavorava come sarto; contemporaneamente avviava un’attività di narratore e di giornalista.

Non si risparmiò mai: fondò con altri intellettuali un effimero movimento culturale d’opposizione, l’Udaismo, frequentò a Parigi le avanguardie, fu collaboratore di riviste e sceneggiatore cinematografico. Partecipò inoltre alla lotta clandestina contro il regime fascista, quantunque avesse scritto anche (peccato veniale, condiviso con tanti altri scrittori) su Primato, la rivista di Giuseppe Bottai.

Ciò che sorprende in Bernari è la sua singolare capacità di anticipare i tempi. Tre operai appare nel 1934, e si può già considerare un’opera neorealistica. Del migliore neorealismo, direi, che rappresenta una categoria quasi assente nella nostra narrativa: anche i numerosi romanzieri di simpatie marxiste del nostro dopoguerra di solito hanno evitato di raccontare lo squallore e la miseria di una classe sociale che conoscevano molto superficialmente.

Un frutto ancora migliore del neorealismo sarà Speranzella (pubblicato nel 1949 e vincitore del Premio Viareggio), che rimane probabilmente il capolavoro di Bernari. Ciò che caratterizza e rende prezioso questo romanzo è una dimensione della coralità quasi sconosciuta alla narrativa italiana del Novecento: se la memoria non m’inganna, l’unico scrittore che ne ha fatto una cifra della sua produzione è Vasco Pratolini.

Anche nella produzione successiva Bernari si è mantenuto fedele al suo impegno di restare al passo con i tempi. E’ uno scrittore animato da un’ansia di conoscere, coadiuvata da una prosa lucida e razionale; affronta temi di scottante attualità senza mai scadere nel populismo, perché è sempre consapevole della problematicità del reale e della difficoltà di decifrarlo.

Lo dimostra il romanzo del 1964 Era l’anno del sole quieto, in cui la questione meridionale viene coraggiosamente riconosciuta come inestricabile e insolubile. Bernari non è mai stato ottimista sulle sorti progressive della storia: nel 1976 Tanto la rivoluzione non scoppierà descrive in modo impietoso la degenerazione morale di un intellettuale comunista. Sul tradimento degli ideali rivoluzionari lo scrittore ritornò anche in un romanzo del 1980, Il giorno degli assassini, in cui anticipava la connessione del terrorismo rosso con la Camorra.

In vita Bernari non raggiunse mai la popolarità che arrise a scrittori meno importanti di lui. La critica invece non gli negò il suo consenso, che però si attenuò con la sua ultima produzione, nella quale egli non riuscì a mantenersi all’altezza felice di Speranzella.

 

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